Torna a TxP! 21 aprile 2004


L'Aja sentenzia: a Srebrenica i serbi commisero un genocidio 

di Marina Mastroluca
[da l'Unità]
(segnalato da: Fabrizio)

«La Corte all’unanimità conferma che a Srebrenica si è consumato un genocidio ai danni dei musulmani di Bosnia». Sarà una sentenza che farà storia quella pronunciata ieri del Tribunale internazionale dell’Aja. Perché rende giustizia ad una delle peggiori nefandezze commesse durante i conflitti balcanici, ammettendo che sotto gli occhi del mondo, nel cuore d’Europa, si è consumato uno sterminio, senza che nessuno muovesse un dito per impedirlo. E perché riconoscere il genocidio nell’assassinio sistematico della popolazione maschile di Srebrenica, compiuto nel volgere di pochi giorni nel luglio di 9 anni fa - 7412 morti secondo la Croce rossa, 10.701 secondo i superstiti - stabilisce un principio di giurisprudenza per il futuro: non importa che non sia stata eliminata l’intera popolazione civile, l’intento era quello di pregiudicare l’esistenza di un’intera collettività.

Processo d’appello del generale Radislav Krstic, l’unico condannato finora per gli oltre settemila morti di quella carneficina, che pesa sulle coscienze del generale Mladic e di Radovan Karadzic, tuttora latitanti, e su quella di Milosevic. Gli avvocati della difesa hanno cercato di ridurre le fosse comuni di Srebrenica - 5000 corpi riesumati, solo 989 identificati con le analisi del Dna e molti cadaveri ancora da recuperare - dovessero registrarsi sotto la voce «pulizia etnica». Tesi respinta, anche se Krstic si è visto ridurre la pena da 46 a 35 anni, perché non è stata provata la sua diretta partecipazione al massacro.

«Il Tribunale ha confermato quello che tutti sapevano», è stata la reazione dell’Associazione delle madri delle vittime. Tutti sapevano, infatti, la strage di Srebrenica ha avuto come artefici i serbi di Bosnia del generale Mladic e i silenzi, inevitabilmente complici, della comunità internazionale. Perché l’11 luglio del 1995, quando dopo tre anni di assedio la cittadina cade, migliaia di civili si affidano a uno sparuto - e spaventato - manipolo di caschi blu olandesi, che vogliono credere alle promesse di Mladic: davanti alle telecamere che registrano l’evento il generale sorride e accarezza i bambini, assicura che a nessuno verrà fatto del male. C’erano già stati lager, stupri etnici e fosse comuni. Eppure i militari dell’Onu fingono di non sapere che cosa accadrà solo poche ore dopo, quando uomini e ragazzini di appena 12 anni saranno separati dagli altri e uccisi uno ad uno.

Ci volle del tempo per consumare la strage, gli aerei Nato ebbero modo di levarsi in volo per bombardare un paio di carri armati serbo bosniaci. I satelliti americani registrarono l’ombra scura di enormi distese di terra rimossa, anni dopo quelle foto servirono a rintracciare l’area dell’eccidio. Ma fu tutto.

Nel ‘99, Kofi Annan, da poco segretario generale delle Nazioni Unite, chiese scusa per l’inerzia dell’Onu nei giorni più bui della guerra di Bosnia. «La tragedia di Srebrenica peserà per sempre sulla nostra storia», disse Annan. Nel 2002, cadde il governo di Wim Kok quando venne riconosciuta la responsabilità dei politici e dei caschi blu olandesi per non aver impedito il massacro.

«Abbiamo liberato Srebrenica, stiamo tentando di riportare alla ragione i terroristi musulmani», aveva annunciato Mladic entrando nella cittadina dove si erano raccolti migliaia di sfollati, fuggiti dai villaggi devastati per cercare rifugio sotto la bandiera dell’Onu, che aveva creato nell’enclave assediata una delle sei cosidette «zone di sicurezza».

Di quei «terroristi» riportati alla ragione non restano che poveri resti accatastati in sacchi bianchi, disposti negli enormi scaffali dell’obitorio di Tuzla. A Potocari, dove ebbe inizio la strage e dove i familiari delle vittime hanno voluto un sacrario, sono stati sepolti solo i 989 corpi identificati. Pochi mesi fa l’ex presidente Clinton ha inaugurato il memoriale. Fino ad allora Potocari era un luogo virtuale del ricordo, dove le donne di Srebrenica potevano pregare una volta l’anno e sotto scorta: i campi della strage fanno parte della Republika Srpska, l’entità serba della Bosnia nata a Dayton. Qui la carneficina - a dispetto di tre commissioni d’inchiesta che avrebbero dovuto fornire indicazioni sul luogo delle sepolture di massa ancora non rintracciate - è un buco nero nella memoria, dove la cifra dei morti si rimpicciolisce fin quasi a scomparire e la guerra resta un atto eroico. Come eroi sono ancora i latitanti Mladic e Karadzic.



Torna a TxP! 16 aprile 2004


No man's land (3) 

No man's land(3)

IL CONFRONTO
(Dai messaggi estraggo i contributi fino ad ora pervenuti...ripuliti dei convenevoli.)

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D'accordo sulla premessa e sull'analisi, ma la conclusione quale sarebbe?
Coltivare l'etica della comunità solidale?
Superare l'ethos consumista?
E come?
Ma vogliamo dire che almeno uno dei motivi per cui la famiglia non è sempre quell'oasi di pace e amore sta nel fatto che nessuno dei suoi componenti accetta più un ruolo secondario?
Non è più normale, oggi, vivere uno nell'ombra dell'altro, accettare di non sviluppare le proprie capacità, in una parola sacrificarsi, sacrificare la propria individualità per tenere unita la famiglia.
Non sto esprimendo un giudizio, del resto sarebbe inutile, osservo solo che in questo particolare momento molte tensioni che si creano all'interno delle famiglie non vengono smorzate ma esasperate, da una parte c'è questo bisogno di affermare sè stessi e dall'altra la difficoltà di trovare e concedere spazi.
Ecco allora che il nucleo familiare diventa un limite, e superare questo limite senza romperlo è molto, molto difficile se non ci sono equilibrio e abitudine al dialogo e volontà.
Se mancano, queste cose, allora un soggetto emotivamente fragile non sarà in grado di affrontare la situazione e reagirà come sa, anche con una violenza distruttiva che preferisce azzerare tutto, piuttosto che accettare una sconfitta.
Non credo che la ricerca di una nuova etica sia una soluzione percorribile in tempi brevi, in realtà non ho la minima idea di quale potrebbe essere una soluzione qui e ora, penso però che riflettere e cercare di capire fino in fondo le dinamiche di questi episodi di violenza sia un punto di partenza necessario.

Ondina
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(...) Parli di violenza, Pietro. La violenza ci atterisce tutti da sempre, eppure è una delle manifestazioni piu' umane, istintive. Violenza come autodifesa persino. Aggredire per non essere aggrediti. Con lo sguardo, verbalmente.
L'uomo è violento. E' un dato di fatto. Chi di noi non ha mai imprecato per un posteggio, per un sorpasso, per una precedenza? Per un semplice posto in coda alla posta? E non ditemi nessuno, perchè ai santi non ci credo, nemmeno quelli sulle immaginine, figuriamoci sulla terra....
La violenza esiste, solo capita che diventi estrema, immotivata, malata.
Ed allora ecco, leggiamo notizie che fanno vergognare di essere uomini: bambini violentati, sfruttati, anziani abbandonati ed insultati, ammalati apostrofati negli ospedali, animali straziati per consentire a "femmine bestie" di sfoggiare un cadavere sulle spalle.
La famiglia , non so quanto possa avere a che fare, non so quanta influenza possa avere nel processo di sviluppo o non sviluppo della violenza.
Dipende dall "spirito"! con cui si vive la famiglia, dallo spirtio di sacrificio, adattamento; ho visto persone sviluppare la violenza proprio e solo tra le mura domestiche, perchè si sentivano schiacciate, oberate, non rispettate, diventare al di fuori, persone equilibrate.
Tutto è relativo Pietro, non ci sono rimedi, non ci sono cure. La violenza puo' sbocciare in qualunque momento, anche nel piu' mite.
Certo è che , di fronte a notizie come quella della bimba di due anni massacrata, tutti, nessuno escluso, dovremmo chiederci se non sarebbe giusto, ogni tanto, rischiare del proprio, e denunciare situazioni a noi vicine, dubbie, per far si che altre cose simili non accadano.
(...)

laura756
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Ciao Laura, (...)
Sono d'accordo con te sul fatto che la violenza faccia parte del comportamento umano, il problema è capire quando e perchè diventa impossibile controllarla, ma in particolare io mi riferivo alla violenza che si scatena all'interno delle famiglie perchè penso che ci siano motivazioni sociali, cioè più legate ai rapporti fra la persona e la collettività, in questo caso la famiglia, che non al singolo individuo.
Come dici anche tu, dipende dallo spirito con cui si vive, dalla capacità di adattamento e di sacrificio, e sono atteggiamenti questi che hanno subìto un cambiamento negli ultimi anni, sono aumentate le aspettative che ognuno ha nei confronti della propria vita ed è forse diminuita la capacità di mettere se stessi in secondo piano rispetto alla famiglia, al gruppo, alla collettività.
Non ho soluzioni, magari le avessi, faccio domande a me stessa e agli altri perchè comunque cercare di capire è la premessa indispensabile per risolvere qualunque problema. (...)

Ondina




No man's land (2) 

No man's land(2)


IL FENOMENO DELLA VIOLENZA

Il fenomeno violenza, che si manifesta in ogni ambito e in ogni epoca, è una componente dell'esistenza umana sulla quale riflettono le scienze umane, la filosofie, le religioni, le etiche laiche e religiose. Di fatto il rapporto sociale, interpersonale e sociale propriamente detto, è spesso conflittuale, ma questo non fa problema;
diventa problema se il conflitto si risolve in violenza (abuso, maltrattamento). L'essere umano è un essere ragionevole ed è, quindi in grado, di comprendere o di arrivare a comprendere che la violenza non risolve nessun problema, è antiumana, disumana, non ha alcuna giustificazione.

La violenza, che è già male per se stessa, assume contorni ancora più malefici, se viene diretta a determinate categorie di persone i minori, marito/moglie, fratelli, e anziani.

[...]

Gli adulti che qui compaiono non sono uomini selvaggi e abituati soltanto alla violenza: sono spesso genitori, parenti adulti, innamorati, uomini sconosciuti. La sorpresa è proprio questa ed è grande: l'ambito dove si verifica la maggior parte degli abusi sui minori è la famiglia. L'Ufficio minori della polizia di stato ha rilevato che nel 1998, su 654 casi, il 31% aveva come protagonista un genitore, il 9% un parente, il 7% un convivente del genitore, il 5% un insegnante.

Crolla così l'idea tradizionale di famiglia, oasi di pace, rifugio riparo dalle durezze della vita? La famiglia è un grande bene, ma non lo è automaticamente. Nessuna famiglia, quale relazione tra persone diverse, è automaticamente buona; ogni famiglia può diventare luogo di promozione o, viceversa, di oppressione.

Lo è stato in passato (la storia sociale e la cronaca documentano le violenze fino ai crimini più estremi, come l'infanticidio, il parricidio, il matricidio, il fratricidio, l'uxoricidio, e l'incesto); lo è purtroppo oggi.

[...]

CONCLUSIONE: RIPENSARE LA FAMIGLIA, RIPARTIRE DALLA FAMIGLIA

Si tratta di ripensare la famiglia, incominciando a criticare luoghi comuni e facili generalizzazioni.

- La famiglia non è automaticamente un valore, può rappresentare invece il luogo del disagio, della mancanza affettiva, dell'incomunicabilità e dell'egoismo dei singoli, luogo di alienazione e di smarrimento personale. Sarebbe ipocrita ignorare la violenza familiare che, come un enorme iceberg occulto, fa ora la sua apparizione nei mass media in proporzioni allarmanti: i casi di violenza, con risultati di morte sono molto alti, l'opinione pubblica vi presta sufficientemente attenzione, ma non ne capisce la lezione.

- La ricerca della felicità è legittima, ma è destinata a fallire quando non sa assumere le situazioni che sono sempre intermedie, mai da una sola parte (fortunate) o dall'altra (sfortunate). Non si può pretendere di evitare a ogni costo le difficoltà, le tensioni, i conflitti, occorre piuttosto saper dare ad essi soluzioni costruttive.
È illusione pensare che il rapporto interpersonale implichi necessariamente l'assenza di conflitto. Bisogna piuttosto distinguere i veri dai falsi conflitti; questi ultimi sono, a volte, tentativi per evitare i veri conflitti, in quanto riguardano questioni secondarie e superficiali, che per se stessi non si prestano a chiarificazioni e a soluzi oni. I veri conflitti tra due persone, se fatti oggetto di dialogo, non sono mai distruttivi, portano alla chiarificazione, producono una liberazione dalla quale i soggetti emergono con maggiore esperienza e forza.

- L'unità non annulla le differenze, anzi le riconosce, le valorizza; l'unità che risulta dalla capitolazione dell'uno o dell'altra, trasforma la famiglia in luogo di mortificazione delle persone, della coppia e dei figli. La relazione autentica consente alla distinzione, all'i ncompiutezza, al desiderio che non sarà compiuto; permette all'altro di riconoscersi, di crescere, di essere se stesso.

Per fare famiglia c'è poco da imparare, molto invece per essere famiglia. Per essere famiglia, nelle sue diverse fasi, non ci sono ricette, occorre essere consapevoli dell'importanza della posta in gioco. Nella vita familiare, purtroppo, si va inserendo un ethos individuale-individualista, i cui disvalori sono principalmente: la noncomunicazione, la non partecipazione, la non solidarietà. All'ethos individuale-individualista si affianca facilmente l'ethos consumista, il cui contenuto di base si traduce nella realizzazione individualista della persona, anche a costo di qualsiasi altro bene; la continua ascesa dei membri della famiglia in un crescendo dell'ancora di più: i figli più dei genitori, oggi più di ieri. L'ethos consumista conduce la vita familiare a una profonda insoddisfazione e infelicità. È necessario coltivare un'etica alternativa per la famiglia del futuro: l'etica della comunità solidale. La comunione delle persone e la loro coscienza di solidarietà con l'insieme della società, costituiscono la nuova frontiera etica della famiglia.

[Luigi Lorenzetti, Violenza sui minori il documento completo in formato pdf]




No man's land (1) 

No man's land(1)

Nell'ultimo intervento sul Club del Sabato ho scritto queste righe:
No Man's Land: Les oeuvres des champs de bataille de Mary Riter HamiltonLa fascia di terreneno che intercorre tra le prime linee di due eserciti contrapposti è la terra di nessuno (in inglese no man's land).

E' anche, per estensione, un territorio sul quale nessuno stato esercita la propria sovranità.

Riguardando ai recenti terribili fatti di violenza dentro le mura domestiche mi chiedo, come distinguere le terre di nessuno, senza etica né dignita, dentro le nostre case e in quelle dei nostri vicini?


Questi interrogativi sono caduti nel periodo delle festività pasquali forse poco adatto agli approfondimenti. Ed allora visto che il Club del Sabato fà riferimento solo al week-end ho deciso di trasportare quelle riflessioni qui nelle MieTerre.

da Bea:

Caro Pietro,
qua sotto al terzo piano vive Errico il Pazzo, io quando stavo male lo curavo perché nessuno si occupava della sua schizofrenia conclamata.
Finché è peggiorato.
Allora sono andata al CIM dal suo psichiatra.
Il quale m'ha subito aggredito dicendo: io non le posso dire niente, c'è la privacy e blablabla.
Ho dovuto ringhiargli: se non mi fai parlare mi butto dalla finestra (poi dice che uno sta sempre a minaccià).
S'è stato zitto finalmente e così gli ho spiegato che il ragazzo rifiutava il Risperdal considerandolo una pastiglia per schizofrenici.
(Apro una parentesi Ondina: ma non potrebbero evitare di mettere nei bugiardini il nome di certe malattie? non ci pensano che il malato poi li legge e si mette in una condizione di rifiuto? boh).
Insomma, dopo mezz'ora di mia personale esposizione di fatti non sentiti dire ma vissuti giorno dopo giorno con una paura che neanche immaginate il psichiatra mi risponde:
LA LEGGE CI VIETA DI OBBLIGARE UN MALATO AD ASSUMERE IL FARMACO.
Come dire: la legge da una parte ci propina l'ergastolo per omicidio dall'altra arma la mano di gente che all'improvviso può perdere il controllo della sua follia e farti a pezzi.
Morale: ma se il ragazzo diventa pericoloso? chiedo al psichiatra.
CHIAMI IL 118, risponde impettito chiudendomi la porta alle spalle.
SE FACCIO IN TEMPO, gli ringhio.
Quella terra di Nessuno Pietro oggi si chiama Pianeta Follia, io ci sono stata, la conosco bene.
Ma nessuno se ne cura.
Perché financo i gay hanno diritto ai loro psichiatri per capire il perché della loro omosessualità.
Ma loro VOTANO.
I pazzi no.
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da Lizaveta:
Brrrrr, sono cose che faccio finta di non sentire.
sono cose che spengo subito la tele.
Son cose che cerco di immaginare, ma mi si restringe subito tutto, lì sotto, proprio lì.
Son cose che mi prende una sensazione di vomito, che se mi trovassi di fronte il figuro io non potrei far altro che vomitargli nei piedi.
Son cose che non riesco a capire come si fa ad arrivare a tanto.
Sono cose che mi immagino il figuro crocefisso e squartato, come ho visto fare in un quadro, giorni fa, scientificamente, un pezzetto di pelle alla volta.
Mi domando cosa stia capitando in giro.
Tutti questi che perdono la testa ed uccidono, figli, moglie, suoceri ed amanti.

E' sempre capitato (e con meno informazione non sapevamo) o c'è davvero qualcosa che sta precipitando, come accennava Ondina su Thera?
Cosa si sta sfaldando in queste menti?
Come pensano che tutto possa diventare più semplice levandosi dagli occhi gli oggetti della propria sofferenza?
Quali sono i gangli di questi pensieri sconnessi che vanno in tilt in queste teste?
Perchè tanto orrore?
Quanto è importante la famiglia per un uomo?
Queste famiglie che si uniscono e si disfano alla velocità della luce, sono davvero loro ad essere il nucleo della debolezza mentale per certi esseri?
Quante domande mi pongo sempre di fronte al brivido.
Nell'orrore cerco di immaginare cosa vuol dire per una madre vedersi i propri figli (magari come quelli ultimi di 17 e 14 anni) uccisi dal loro padre.
Non reggerei ad una simile atrocità.
---------------------------------
da Ondina:
Se cominciamo a sviscerare il concetto di "normalità" tiriamo Natale.
Volendo comunque limitarlo alla condizione di assenza di patologia conclamata, vi dirò che secondo me queste persone sono, o meglio erano, "normali" per quanto riguarda il loro aspetto sociale, e come tali infatti erano riconosciuti, ma evidentemente disturbati nella sfera emotiva, e il problema è capirlo in tempo.
Questo è il secondo problema, in realtà.
Il primo è capire se le cause siano da ricercare solo all'interno dell'individuo o anche all'esterno.
Sembra che aumentino sempre più i casi in cui si uccide e ci si uccide per punire, per vendicarsi di un rifiuto o di un abbandono, e quasi sempre questo avviene all'interno delle famiglie.
E' questa la cosa che colpisce, siamo disposti a tollerare un omicidio per rapina o un serial killer che ammazza a casaccio, ma percepiamo la famiglia come inviolabile, il legame di amore e di sangue che ne unisce i componenti dovrebbe rendere la famiglia un corpo unico che difende le sue parti dalle aggressioni esterne.
Invece non è così, le tensioni e gli squilibri più grandi nascono proprio all'interno del nucleo familiare, e la domanda che mi pongo è se non stia aumentando il divario fra la struttura tradizionale della famiglia e la crescente necessità dell'individuo di non limitare la propria vita ad un percorso in linea retta.
Da una parte c'è la sicurezza dall'altra il movimento, senza contare la sempre maggiore difficoltà ad accettare un rifiuto, abituati come siamo a credere di poter avere tutto.
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da Nicola Costantino:
NON ESISTE NESSUNA REGOLA
L'etica e la morale sono in sofferenza, i valori si sono fatti incerti e fragili.Ci aggrappiamo ai simboli credendo che basti un simbolo per avere anche la morale ad esso coerente.
Certo, molta gente ritrova oggi il valore della solidarietà, del dono, una voglia di vera politica, di giustizia sociale e di legami sociali. Ma non sono maggioranza. E il (sistema) li emargina e li nasconde perchè non funzionali al suo funzionamento.
Un crocifisso al collo basta per dirsi cristiani, non basta per esserlo veramente.
---------------------------------
da Lisbeth:
Grazie al nettare della nuziale
apparizione
dalle miracolose giare
conobbe la verità.
Bevve il guerriero
biondo e privo di armature
bevve dal calice che una dea
gli offriva
E vide il mondo
sotto i piedi del suo mortal nemico
vide i suoi fratelli persi
nello spettro delle aberrazioni
e l'umanità gridare
e il debole rimanere inerte
sul grano prevalse la gramigna
il nettare degli dei divenne
acqua e fango
di morti bambine e povertà
pellegrine.
Vide il fratello
ristare al gioco di un istinto astuto
le sue debolezze governando
e carezzando.
Morì così il guerriero
dentro il suo calice
di nettare
celeste.

Queste riflessioni in versi le scrissi qualche anno fa in occasione di fatti analoghi a quelli che hanno scosso la coscienza di tutti in questi giorni. Sonos empre i più deboli a pagare, i bambini soprattutto, vittime di una follia che cova all'interno di quello stesso nucleo dove invece si dovrebbero sentire più protetti.
---------------------------------
da Pietro B.
Leggendo le parole di Lisbeth continuo a pormi l'interrogativo si può continuare a parlare sempre di "follia" in questi casi?

Sono sempre pazze le persone che commettono questi atroci crimini?

E soprattutto COME RICONOSCERLE E COME DIFENDERCI?

E mi piacerebbe a questo punto sapere come fare un'analisi dentro se stessi per riconoscere, se innanzi dentro di noi, possa albergare l'orrore più puro.

Io personalmente pregherei il buon Dio nella sua immensa bontà di fulminarmi immeditamente se solo mi dovesse passare un pensiero malvagio rivolto a quegli esseri celesti che sono i nostri bambini.
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da Lisbeth:
Caro Pietro, l'uomo è libero arbitrio e purtroppo Lui, occupato come dice spesso il mio consorte in altre cose, non può fulminare nessuno.
Sì, credo che alla base di questi deliti ci sia una grossa partecipazione di malattia mentale, di psiche deviata che non appare se non quando la sfera emotiva (e in particolare gli istinti sessuali imperativi e non sotto il controllo della coscienza poichè diretti da cellelule impazzite) prevale su quella razionale, su quella del bravo ragazzo o del bravo uomo di tutti i giorni.
Gli scenziati e gli psichiatri criminologi hanno persino pensato di adottare la castrazione chimica verso questi individui, non so se poi di fatto lo fanno.
In ogni caso, in qualunque forma di violenza verso "l'altro", c'è da suppore una perdita della coscienza, anche momentanea, per giustificare certe atrocità.

Adesso passate le festività mi piacerebbe, insieme a voi, approfondire ulteriormente questi argomenti, nello spazio riservato ai messaggi.


Torna a TxP! 14 aprile 2004


Nessun dolore, no 

di Pupa
da millevocidentro

spesso penso che se il dolore fosse qualcosa di palpabile
sarebbe tutto più semplice.
pensa se fosse tipo la plastilina con cui giocano i bambini a scuola.
lo faresti uscire da te stesso e lo prenderesti in mano facendone forme nuove.
ci giocheresti creando case, scuole, vicoli, alberi e fiori.
come si fa per il riciclo della plastica o della carta.
a quel punto la vita sarebbe così semplice che ti addosseresti volentieri anche il dolore
di tuo fratello, di un tuo amico, del tuo vicino di casa o di uno sconosciuto che ti passa
accanto per caso.
avresti in mano tutti questi pezzetti di plastica colorati.
quello nero di quel signore lì che sta su un ponte metidando un gesto sconsiderato.
quello giallo della tua amica che
il più delle volte è isterica.
quello verde di tuo fratello ecologista che si preoccupa solo dell'aria e
del buco dell'ozono.
e uniresti questi colori col tuo dolore che è già saturo e pieno di mille sfumature.
e ne faresti forme nuove fatte di tanti colori quanti i dolori che hai preso in mano.
se il dolore fosse palpabile sarebbe tutto più semplice.
il mondo sarebbe come un quadro di un artista del futuro,
pieno di forme astratte vive e colorate. il cielo sarebbe ridisegnato da qualche bambino che si sente
solo e incompreso.
il mare da chi sogna i pescatori che partono di notte.
il tramonto da un'anima bella e romantica.
e la guerra sarebbe modellata perchè non facesse più morti e stragi.
la cattiveria verrebbe ridisegnata e
prenderebbe la forma di un dirigibile.
l'odio diventerebbe un aquilone che se ne vola via. la felicità qualcosa
da indossare tutti i giorni.
del mio dolore farei un cigno bianco e delicato.
e lo lascerei andare via in quel lago dove gli alberi si stanno specchiando proprio ora.
il tuo lo trasformerei in un cavallo che ti porterà su quei monti laggiù da cui puoi vedere il mare.
se il dolore fosse palpabile lo estrarrei con forza da dentro me stessa.
anche ora.
ma poi mi chiedo di cosa vivrei.
quello che oggi porto dentro, so per certo che è parte di me.
so per certo che sarà quella ruga in più delineata sulla mia faccia.
quell'espressione in più che spegne o ravviva i miei occhi.
quell'esperienza in più che marca la mia anima.
quel pezzo di vita che senza direi.
che vita è.


Torna a TxP! 01 aprile 2004


Di che e perché la sete (caso Sofri) 

[da RadioRadicale.it]

Pubblichiamo il testo integrale della lettera aperta di Marco Pannella al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi pubblicata oggi sul Corriere della Sera e Il Foglio

Lettera aperta al Signor Presidente della Repubblica
Di che e perché la sete

Signor Presidente della Repubblica,
durante lo scorso anno, a due riprese, Lei aveva voluto ammonirci e chiedere aiuto, a tutte e a tutti noi cittadini amanti della Legge e della legalità repubblicana. Ma a lungo, nessuno aveva voluto ascoltarLa, comprenderLa.
A due riprese Lei aveva voluto che fosse dichiarato: «Sin dal Gennaio 2002 il Presidente è in attesa di poter compiere gli atti conclusivi» per l'esercizio del suo potere di grazia, non importa qui nei confronti di quale condannato.
Sono trascorsi, da quel gennaio, 800 giorni almeno, 800, ripeto, di «attesa». Dobbiamo tutti chiederci e mi sono chiesto, quanto può durare un'«attesa» prima che questa diventi ossificata fine, sepoltura del suo oggetto? Per dar seguito al principio di legalità impantanato nelle sabbie mobili d'un ostruzione tenace contro il suo cammino, quanto è possibile continuare ad attendere, ancora e ancora e ancora, dopo oltre 800 giorni? «Il fatto compiuto» diventa misfatto e regola, prassi del misfatto.
Già due anni or sono - ricorda, Presidente? - dopo che tutti avevamo «atteso» che il Parlamento obbedisse all'obbligo costituzionale di assicurare il plenum della Consulta, che la Camera compisse l'atto finale necessario per la sua costituzione, che si giungesse finalmente alla moralità del voto su un atto di clemenza, dopo anni di lavori parlamentari, di impegni, di attese, ci convincemmo della necessità di dar corpo alla sete ed all'imperativo di legalità, perché tornasse a vivere almeno nelle massime istanze della Repubblica. Certo, la decisione e la lotta furono drammatiche e dolorose, anche. Ma, grazie anche alla Sua attenzione, ce la si fece; il Presidente della Camera Pierferdinando Casini, nei giorni scorsi, ha voluto pubblicamente ricordarlo come un momento vincente, di com-passione per la Repubblica, il Libro, la Legge.
Oggi, Signor Presidente, abbiamo sollecitato ed ottenuto una mobilitazione senza precedenti della coscienza e della scienza civile, costituzionale, giuridica del nostro Paese, per affermare non solamente la necessità ma anche l'urgenza di liberare Lei e il Suo potere costituzionale da quanto sembrerebbe capace di imporre il contrario di un principio di legalità, che non principia mai, a favore del dominio di violenze istituzionali, della violenza contro la lettera e lo spirito della e delle Leggi.
Sono state spazzate via le fole che eran circolate come indiscutibile senso comune delle cose: la richiesta di Grazia necessaria? Balla. La proposta di Grazia necessaria? Balla. Facoltativa la controfirma del Ministro competente (e non proponente)? Altra balla! E' ritenuto invece dai più, e dai più autorevoli, atto-dovuto ob-bli-ga-to-rio.
Certo, vi sono anche altre «interpretazioni», ed è naturale in sede di dottrina e di analisi giuridica. Ma, forse per la prima volta, sentiamo Maestri indiscussi del diritto letteralmente tentare di gridare, per essere intesi, per dare dignità di comunicazione al loro sapere, alla loro scienza e coscienza.
Eppure, nulla sembra muoversi. Alla fine del 2003 è stato reso omaggio ad una autoproclamazione solenne e jattante di titolarità e di esercizio di un Potere di Interdizione nei confronti del potere presidenziale, dileggiando «giuristi da strapazzo» in questo non d'accordo.
La si indusse, Signor Presidente, Lei forse stremato dall'«attesa», ad accettare una sorta di conferma del Suo buon diritto (diritto-potere-dovere) come cammino necessario per giungere alla possibilità di esercitare quanto la Costituzione Le conferisce, Le impone. Motivo anche ufficialmente addotto: il preteso titolare del Potere di Interdizione sarebbe stato d'accordo con questa procedura. E' accaduto quel che non poteva non accadere: trasferire la perla, il gioiello antico del Potere di Grazia, dalla libertà e responsabilità di chi è il massimo Magistrato e il supremo Garante della nazione, del popolo sovrano, alla sede politica, al confronto quotidiano delle fazioni e dei loro interessi, sentimenti e risentimenti, si è rivelato impossibile, costoso, dannoso. Un Suo predecessore, giurista e persona buona ed onesta, il Presidente Antonio Segni, esclamò ai suoi Consiglieri troppo «comprensivi» verso una prassi che l'ex Presidente della Costituente Umberto Terracini già nel 1972, denunciava come contraria alla Costituzione: «Ma allora sono il Presidente solo delle non-Grazie!».
Signor Presidente, Lei, innanzitutto, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Commissione Europea, Parlamenti (domattina il Parlamento Europeo tornerà di certo a farlo), Presidenti emeriti della Corte Costituzionale, tutti, ma proprio tutti, i grandi giuristi e le grandi personalità che notoriamente hanno fiducia, rispetto e amicizia, condivise, nei Suoi confronti, personalità di quella Europa che Lei ama a volte manifestando perfino trasporto di passione piuttosto che cura d'amore, vivono il proseguimento della detenzione di un cittadino italiano come per molti versi letteralmente insopportabile per l'immagine e l'identità del nostro Paese.
Mi consenta di dirLe, per finire, che ormai diamo, creiamo, immettiamo, scandalo, scandalo, Signor Presidente.
In primo luogo urge e mi importa aiutare la Legge e Lei e i suoi successori per l'Ufficio che è, o sarà, il Vostro. Non trovo altra moralità per me possibile che quella di dar corpo alla sete, non solo mia ma certamente anche Sua, di rispetto e di affermazione della Legge e della legalità.
Resterò in queste ore, in questi giorni, se e quanti mi saranno dati, spiando ogni segno che possa essere onestamente ritenuto come garanzia di vita del diritto e del diritto alla vita di ciascuno e di tutti. La saluto e Le formulo i miei migliori auguri, Signor Presidente. Aggiungo solamente un pensiero che Le devo di esprimerLe: chiedo ad Adriano Sofri di volere e sapere perdonarmi se uso il Maestro di vita e di pensiero che è divenuto, piuttosto che tentare di alleviarne il fardello che l'opprime e ci desola.

Marco Pannella



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TerrexPietro
Cronache di un viaggio senza meta
di Pietro Busalacchi

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