30 marzo 2004
Il libro non si spegne
[Pino Caruso - Il venditore di racconti - Marsilio, pp. 167, € 12.50]
Nel seguito l'introduzione al libro.
IL LIBRO NON SI SPEGNE
Da qualche tempo abito in campagna. E la mia casa si affaccia su un terreno che, dopo pochi metri in piano, scende sino a farsi vallata per risalire verso la collina dirimpetto. Quello è il mio orizzonte, oltre il quale, di giorno, cade il cielo e, quando c'è, tramonta il sole e, nelle notti chiare, si scorge la luna.
Venerdì c'erano soltanto strane nuvole lattiginose e una pioggia senza vento, con fili d'acqua che, quasi in silenzio, scendevano dritti e fìtti come l'esile trama d'un velario. Si fece scuro molto presto. E la mia casa sembrò subito avvolta nel buio e dal vuoto. Una sensazione da astronauti sperduti nello spazio.
Avevamo ospiti a cena: un critico cinematografico, un giornalista e un'attrice. Si parlava, inevitabilmente, di spettacolo. Il camino era acceso. E anche il televisore, ma tenuto a distanza e a basso volume. Lo ascoltavamo, insomma, con mezzo orecchio e lo guardavamo distrattamente con mezzo occhio. Era pur sempre un contatto con il resto del mondo. Non badavamo più di tanto al tempo fuori, ma sentivamo che peggiorava. Un vento furioso sbatteva raffiche di ioggia sui vetri delle imposte. Lampeggiava. Ne seguivano tuoni fragorosi da far
tremare le pareti.
Un'annunciatrice apparve sul video: «Va ora in onda» disse, «il film...» E mancò la corrente. Accendemmo alcune candele. Ma quel titolo, inghiottito dal risucchio di luce del televisore che si spegneva, ci sembrò rubato. E quel film, che non avremmo comunque scelto di vedere, a saperlo in giro per l'etere senza giungere a noi, ci attraeva come tutte le cose irraggiungibili.
La corrente quella sera non tornò. La conversazione riprese. E saltando da un genere di spettacolo all'altro, arrivammo a discorrere di romanzieri e di omanzi, soprattutto di quelli di cui il cinema si è servito per farne film di successo. Il critico citò Boule de suif (Palla di sego) di Guy de Maupassant, da cui John Ford trasse Ombre rosse. Un ritratto della piccola borghesia francese, ipocrita e bigotta.
Il giornalista ci ricordò I due amici (sempre di Maupassant). Storia di due pavidi pescatori d'acqua dolce che, durante la guerra franco-prussiana (guerra di posizione, dove le prime linee degli eserciti ora avanzavano ora si
ritiravano), risalendo le rive di un fiume, si trovano inconsapevolmente in pieno territorio nemico. Arrestati per spionaggio, richiesti di fornire informazioni in cambio della vita, si rifiutano di darne e vengono fucilati. Il film che ne è stato ricavato è La grande guerra di Mario Monicelli con Sordi e Gassman.
«E I gioielli?» chiese l'attrice, riferendosi ad altro bellissimo racconto dello scrittore francese. «Come mai non ne hanno ancora tratto un film?»
«Già, I gioielli!. Racconta, racconta...»
«Era figlia di un esattore di provincia, morto da parecchi anni. Coloro che la conoscevano non facevano altro che ripetere: "Fortunato chi se la piglierà!" Lantin, che era allora archivista capo al Ministero degli Interni con uno stipendio magro, ne chiese la mano e la sposò. Lei amministrò la casa così bene che pareva vivessero nel lusso. Lui l'amava. Ed era felice. Le rimproverava soltanto due debolezze: quella per il teatro e quella per i gioielli falsi. Ma una notte d'inverno, dopo essere stata all'opera, lei rincasò tossendo e scossa da brividi. Otto giorni dopo moriva di una flussione al petto. Per poco Lantin non la seguì nella tomba. Il tempo non attenuò il suo dolore. Non solo. Il suo stipendio, che in mano alla moglie bastava a tutto, adesso non bastava neanche a lui solo.
Contrasse dei debiti. Poi, una mattina cercò di vendere uno dei gioielli falsi della moglie. Scelse una collana e la portò da un orefice: "La conosco bene questa collana" esclamò l'orefice, "viene dal mio negozio. L'ho venduta per 25.000 franchi. Sono pronto a riprenderla per 18.000..." Lantin uscì per riflettere. Si sforzava di ragionare, di capire. Sua moglie non avrebbe mai potuto comprare un gioiello di quel valore. Era un regalo. Ma di chi? Pianse disperatamente. Tornò dall'orefice con gli altri gioielli. Erano tutti autentici. Un patrimonio da camparci di rendita. Si licenziò dall'ufficio. Passò la notte con donnine allegre. Sei mesi più tardi si risposava. La sua seconda moglie era onestissima, ma con un brutto carattere. E non lo rese felice.»
Trascorremmo la sera a raccontare storie. E a sfogliare libri per trovarne o da rileggere o da ricordare. E alla fine convenimmo che, nonostante la televisione e il cinema, la più stupefacente invenzione dell'uomo rimane proprio il libro. Perché? Semplice: se va via la luce, il libro non si spegne.
Roma, 7 gennaio 2001
Nel seguito l'introduzione al libro.
IL LIBRO NON SI SPEGNE
Da qualche tempo abito in campagna. E la mia casa si affaccia su un terreno che, dopo pochi metri in piano, scende sino a farsi vallata per risalire verso la collina dirimpetto. Quello è il mio orizzonte, oltre il quale, di giorno, cade il cielo e, quando c'è, tramonta il sole e, nelle notti chiare, si scorge la luna.
Venerdì c'erano soltanto strane nuvole lattiginose e una pioggia senza vento, con fili d'acqua che, quasi in silenzio, scendevano dritti e fìtti come l'esile trama d'un velario. Si fece scuro molto presto. E la mia casa sembrò subito avvolta nel buio e dal vuoto. Una sensazione da astronauti sperduti nello spazio.
Avevamo ospiti a cena: un critico cinematografico, un giornalista e un'attrice. Si parlava, inevitabilmente, di spettacolo. Il camino era acceso. E anche il televisore, ma tenuto a distanza e a basso volume. Lo ascoltavamo, insomma, con mezzo orecchio e lo guardavamo distrattamente con mezzo occhio. Era pur sempre un contatto con il resto del mondo. Non badavamo più di tanto al tempo fuori, ma sentivamo che peggiorava. Un vento furioso sbatteva raffiche di ioggia sui vetri delle imposte. Lampeggiava. Ne seguivano tuoni fragorosi da far
tremare le pareti.
Un'annunciatrice apparve sul video: «Va ora in onda» disse, «il film...» E mancò la corrente. Accendemmo alcune candele. Ma quel titolo, inghiottito dal risucchio di luce del televisore che si spegneva, ci sembrò rubato. E quel film, che non avremmo comunque scelto di vedere, a saperlo in giro per l'etere senza giungere a noi, ci attraeva come tutte le cose irraggiungibili.
La corrente quella sera non tornò. La conversazione riprese. E saltando da un genere di spettacolo all'altro, arrivammo a discorrere di romanzieri e di omanzi, soprattutto di quelli di cui il cinema si è servito per farne film di successo. Il critico citò Boule de suif (Palla di sego) di Guy de Maupassant, da cui John Ford trasse Ombre rosse. Un ritratto della piccola borghesia francese, ipocrita e bigotta.
Il giornalista ci ricordò I due amici (sempre di Maupassant). Storia di due pavidi pescatori d'acqua dolce che, durante la guerra franco-prussiana (guerra di posizione, dove le prime linee degli eserciti ora avanzavano ora si
ritiravano), risalendo le rive di un fiume, si trovano inconsapevolmente in pieno territorio nemico. Arrestati per spionaggio, richiesti di fornire informazioni in cambio della vita, si rifiutano di darne e vengono fucilati. Il film che ne è stato ricavato è La grande guerra di Mario Monicelli con Sordi e Gassman.
«E I gioielli?» chiese l'attrice, riferendosi ad altro bellissimo racconto dello scrittore francese. «Come mai non ne hanno ancora tratto un film?»
«Già, I gioielli!. Racconta, racconta...»
«Era figlia di un esattore di provincia, morto da parecchi anni. Coloro che la conoscevano non facevano altro che ripetere: "Fortunato chi se la piglierà!" Lantin, che era allora archivista capo al Ministero degli Interni con uno stipendio magro, ne chiese la mano e la sposò. Lei amministrò la casa così bene che pareva vivessero nel lusso. Lui l'amava. Ed era felice. Le rimproverava soltanto due debolezze: quella per il teatro e quella per i gioielli falsi. Ma una notte d'inverno, dopo essere stata all'opera, lei rincasò tossendo e scossa da brividi. Otto giorni dopo moriva di una flussione al petto. Per poco Lantin non la seguì nella tomba. Il tempo non attenuò il suo dolore. Non solo. Il suo stipendio, che in mano alla moglie bastava a tutto, adesso non bastava neanche a lui solo.
Contrasse dei debiti. Poi, una mattina cercò di vendere uno dei gioielli falsi della moglie. Scelse una collana e la portò da un orefice: "La conosco bene questa collana" esclamò l'orefice, "viene dal mio negozio. L'ho venduta per 25.000 franchi. Sono pronto a riprenderla per 18.000..." Lantin uscì per riflettere. Si sforzava di ragionare, di capire. Sua moglie non avrebbe mai potuto comprare un gioiello di quel valore. Era un regalo. Ma di chi? Pianse disperatamente. Tornò dall'orefice con gli altri gioielli. Erano tutti autentici. Un patrimonio da camparci di rendita. Si licenziò dall'ufficio. Passò la notte con donnine allegre. Sei mesi più tardi si risposava. La sua seconda moglie era onestissima, ma con un brutto carattere. E non lo rese felice.»
Trascorremmo la sera a raccontare storie. E a sfogliare libri per trovarne o da rileggere o da ricordare. E alla fine convenimmo che, nonostante la televisione e il cinema, la più stupefacente invenzione dell'uomo rimane proprio il libro. Perché? Semplice: se va via la luce, il libro non si spegne.
Roma, 7 gennaio 2001
28 marzo 2004
Se la parola è una sentenza
di Umberto Eco
[da la Repubblica del 28/3/2004]
SE ANDATE a cercare Aforisma su Internet trovate decine di siti in cui appassionati raccolgono aforismi, talora senza attribuzione, talora con attribuzione per sentito dire, talora (suppongo) con falsa attribuzione, e questo non toglie ad alcuni di essi un´indubbia efficacia, né salva altri dall´essere piuttosto piatti e scontati. Talora la massima scontata viene rafforzata proprio dall´ipse dixit, ma questa è mossa paratestuale, dove l´attribuzione talora fa aggio sul contenuto del precetto, talora lo neutralizza.
Il brano che pubblichiamo è tratto da un saggio che ha scritto per Teoria e storia dell´aforisma, un libro curato da Gino Ruozzi per Bruno Mondadori editore (pagg. 177, euro 14). Il volume, che contiene contributi, fra gli altri, di Emilio Pasquini, Salvatore Veca, Mario Andrea Rigoni e Cesare Viviani, sarà in libreria in questi giorni.
Pensate a queste due citazioni: «Come ha detto Gesù, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» e «Come ha detto ieri Saddam Hussein, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». Come è ovvio, la prima è una esortazione alla mansuetudine, la seconda una minaccia. Sarebbe anzi interessante un processo di svalutazione di aforismi semplici per semplice cambio di attribuzione. Pensate a «Noi tireremo diritto» detto da un campione di slalom, a «Gli abusi inevitabili sono leggi di natura» detto non da Vauvenargues, ma da Cesare Previti.
Qualche studioso ha lanciato interessanti propositi su una possibile analisi degli aforismi dal punto di vista della loro costruzione retorica (giochi di antitesi, di paronomasia, di figure di parole e di pensiero), e andandomi a rivedere il paragrafo sui proverbi di Jolles ho rilevato quanto anche per gli aforismi sarebbe opportuno farne una classifica per le virtù metriche, allitterative, o addirittura la presenza della rima, che rendono certamente il detto proverbiale più memorabile e persuasivo riverberando sul piano del contenuto una necessità che si attua sul piano dell´espressione. Certamente massime, proverbi e aforismi come «Chi fa da sé fa per tre», «Tutto è bene quel che finisce bene», «Non dir quattro se non l´hai nel sacco», «Chi non risica non rosica» hanno avuto fortuna proprio grazie alle loro qualità stilistiche. E anche questo è lavoro aperto per il futuro - nella misura in cui, e ricordo che non sono un esperto del genere, non sia già stato fatto.
Ma non trovo alcuna arguzia retorica in aforismi come «Si perdona sinché si ama», che, pur essendo di La Rochefoucauld, è una banalità.
Un´altra distinzione è stata posta, quella cioè tra detto assertorio, con finalità didattiche, massima prescrittiva, come «ama il tuo prossimo come te stesso»; aforismi esortativi («non aspettatevi troppo dalla fine del mondo», Lec); oppure detto semplicemente arguto o superficialmente spiritoso, che non pretende di essere assolutamente vero - come per esempio «I bambini giocano a fare i soldati. Ma perché i soldati giocano a fare i bambini?» (Kraus), «La California è un buon posto per viverci, se sei un arancio»; o asserti spiritosi di cui è evidente la volontà polemica: «I boy scouts sono ragazzi vestiti da cretini comandati da cretini vestiti da ragazzi» (Shaw).
Si vedano subito le differenze: dopo aver annunciato il proprio detto sui boy scouts, Shaw potrebbe scusarsi con Archibald Baden-Powell dicendo che voleva scherzare, mentre non farebbe altrettanto chi ha annunciato «A volte basta un attimo per scordare una vita ma a volte non basta una vita per scordare un attimo» (Jim Morrison) o «Quanto è vantaggiosa la nobiltà: già a diciotto anni pone un uomo in posizione elevata, e lo rende conosciuto e rispettato, quanto un altro potrebbe riuscire a meritarlo in cinquant´anni. Sono trent´anni guadagnati senza fatica» (Pascal).
Potremmo dire che è massima quella che viene enunciata sul serio e aforisma quello che viene detto per scherzo e verremmo a concludere che le affermazioni sulla cui verità si è disposti a giurare sono massime e quelle che vengono fatte tongue in cheek solo bons mots. Ma allora ridurremmo il genere aforistico a semplice esercizio da cabaret.
D´altra parte a questo punto nascerebbe il problema posto da detti enunciati scherzosamente ma che vogliono tuttavia insinuare una verità, come il detto di Shaw «Per giocare a golf non è necessario essere stupidi. Però aiuta», che certamente contiene una polemica sulla fatuità delle classi agiate (e potremmo dire che ogni romanzo di Wodehouse altro non è che un commento a questo aforisma).
Nel cercare un punto di partenza vorrei per il momento non tentare di distinguere tra massima, aforisma e addirittura proverbio, nella misura in cui appaiono tutti come detti brevi, secondo la definizione di Isidoro: Aphorismus est sermo brevis, integrum sensum propositae rei scribens (4,10,1).
Trovo sul Battaglia: «Sentenza, massima: proposizione che esprime con concisa esattezza il frutto di una lunga esperienza (di vita, di osservazione, di analisi)» e vedo che insieme alla concisione viene rilevata una interessante proprietà: il detto breve nasce da una generalizzazione di esperienze particolari di vita, induzione imperfetta. Infatti, altrimenti sarebbe o definizione del tipo «tutti i corpi sono estesi», o assioma, o premessa di un sillogismo che deve essere assunta indipendentemente dalle sue conclusioni e sulla cui verità non si deve convincere nessuno.
Per questo «tutti gli uomini sono mortali» o «il punto di intersezione tra le mediane a e b di un triangolo è uguale al punto di intersezione delle mediane b e c» non sono intesi come aforismi. Da cui il sospetto che, perché detto sentenzioso, ci sia, occorre che non tutti prima pensassero che era vero, o non si rendessero conto di pensarlo, e che se ne rendano conto solo in virtù dell´arguzia o inaspettatezza del detto stesso. Concorderei quindi con Jolles quando dice che «la massima è la forma letteraria che racchiude un´esperienza senza che quest´ultima cessi di essere un elemento singolo nel mondo dell´isolamento. Essa fissa in sé tale modo senza che tale coesione lo sottragga all´empiria».
Di fronte a tutte queste perplessità intendo limitare le mie considerazioni a un aspetto che direi filosofico della questione, e cioè lo statuto aletico del detto breve. Per statuto aletico non intendo solo le sue condizioni di verità, ma anche le sue condizioni di veridizione. In altri termini, una distinzione fra detti brevi può essere condotta in base alla domanda «sino a che punto l´asserto pretende di essere vero e, se viene preso per vero, quali sono», come direbbe Peirce, «le sue remote conseguenze illative?».
Il punto non mi pare da poco perché conosciamo degli aforismi che definirei distruttivi, i quali prendono un detto breve precedente e lo portano a conseguenze inaccettabili. Maestro in questo genere era Achille Campanile: «L´eccezione conferma la regola. Ci sono regole fatte di sole eccezioni e sono confermatissime» - a cui aggiungerei lo storico appello di Vaime-Marchesi, «Date a Cesare ciò che è di Cesare. 23 pugnalate».
Dove sta dunque il valore di verità dell´aforisma, almeno in quei casi in cui pare colpirci con una rivelazione e mostrarci aspetti ignorati del mondo e della nostra vita? Quando l´aforisma per la sua forza inattesa e insospettabile scatena una sorta di curiosità interpretativa, esso assume allora funzione poetica. In base alla sua forma persuasiva ci fa balenare una verità possibile, ma per amore della sua forma, ars gratia artis, non gli chiediamo se questa verità sia stabile, assoluta, valida per tutte le circostanze. Esso come il discorso poetico per Jakobson è ambiguo e autoriflessivo.
Ma ciò è quello che facciamo con la poesia, benché alcuni filosofi creduloni la considerino l´unico veicolo dell´unica verità possibile (ma anche Beauty is Truth, Truth is Beauty è soltanto un aforisma).
È vero o falso che tutta la vita e il suo travaglio sia come seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia? Perché non dire che «Bellezza è Verità, Verità è Bellezza - questo è tutto ciò che sappiamo in terra - e ciò che dobbiamo sapere?».
È vero che ciascuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera, oppure che, se taluno consente - come è bella la vita? È vero che gli dei accecano sempre coloro che vogliono perdere o che c´è un Amore che muove il sole e l´altre stelle? È vero che sunt lacrimae rerum e che la vita è ricordarsi di un risveglio triste, in un treno all´alba, o che è del poeta il fin la meraviglia? Che la morte si sconta vivendo o che è nostra sorella corporale? Che hereux ce qui sont mort pour leur patrie charnelle? Perché non dire con Wilde che una cosa non è necessariamente vera perché un uomo è morto per realizzarla? (?)
Di fronte a questi enunciati poetici non ci chiediamo mai se siano veri, o condivisibili in toto, e possiamo essere folgorati da una rivelazione e dal suo contrario. Li vediamo lievitare nel loro contesto, staffilarci con la loro verità, che rimane tale anche se non condividiamo l´etica o la politica del poeta, e in certi momenti chiediamo a loro chi siamo e cosa vogliamo, in altri disconosciamo il messaggio che ci recano ma rimaniamo soggiogati dalla sua forza o dalla sua grazia, come accade con le epifanie.
Col che si apre un altro modo di vedere l´aforisma non come veicolo di saggezza, ma come genere poetico. E allora siamo pronti ad accettarne anche la stralunata improbabilità, il lampeggiare d´una intuizione che va al di là del paradosso stesso e ci spinge a un´ermeneutica continua, come accade con i migliori aforismi di Lec, o di Cioran, che non so se asseriscano, esortino, ammaestrino, minaccino o dicano la verità - ma certo ci fanno reagire come si reagisce di fronte a ogni discorso poetico, e di fronte ad essi sgraniamo il rosario dell´interpretazione.
Di Cioran non condivido quasi nessuna idea, di Lec quasi tutte ma ad entrambi reagisco con lo stesso stupore con cui reagisco a una poesia.
Ecco una lista di aforismi di Cioran dal Demiurgo cattivo (1969): «Concepire un pensiero, un solo ed unico pensiero - ma che mandasse in frantumi l´universo». «Niente può togliermi dalla mente che questo mondo sia frutto di un dio tenebroso di cui io prolungo l´ombra». «La sua sterilità era infinita: partecipava dell´estasi». «Il saggio è qualcuno che non si degna di sperare».
Ed ecco una breve lista dei Pensieri spettinati di Lec (1957-1959): «Se si potesse scontare la morte dormendola a rate!» «Si può morire a Sant´Elena senza essere Napoleone». «Si abbracciarono così stretti che non rimase spazio per i sentimenti». «Si cospargeva il capo con la cenere delle sue vittime». (?) «Ha posseduto la scienza, ma non l´ha resa gravida». «Nella sua modestia si considerava un grafomane. Invece era un delatore». «I roghi non illuminano le tenebre». «Sesamo apriti - voglio uscire!».
«Sesamo apriti - voglio uscire» non asserisce, non impone, e per dirla con Eraclito, non dice ma fa cenni. Abbiamo persino dimenticato che è stato scritto sotto dittatura, e aveva un significato quasi letterale: è diventato un modo di vedere la condizione umana, una minaccia costante - forse persino un grido di speranza. Il suo statuto atletico è nullo, la sua forza persuasiva è immensa perché immensa è la sua brevità. Sciocco cercare una teoria che lo giustifichi, o trarne le più remote conseguenze illative. Per dirla con Vauvenargues (ammesso che l´attribuzione sia giusta): «Una massima che abbia bisogno di essere spiegata non vale niente».
[da la Repubblica del 28/3/2004]
SE ANDATE a cercare Aforisma su Internet trovate decine di siti in cui appassionati raccolgono aforismi, talora senza attribuzione, talora con attribuzione per sentito dire, talora (suppongo) con falsa attribuzione, e questo non toglie ad alcuni di essi un´indubbia efficacia, né salva altri dall´essere piuttosto piatti e scontati. Talora la massima scontata viene rafforzata proprio dall´ipse dixit, ma questa è mossa paratestuale, dove l´attribuzione talora fa aggio sul contenuto del precetto, talora lo neutralizza.
Il brano che pubblichiamo è tratto da un saggio che ha scritto per Teoria e storia dell´aforisma, un libro curato da Gino Ruozzi per Bruno Mondadori editore (pagg. 177, euro 14). Il volume, che contiene contributi, fra gli altri, di Emilio Pasquini, Salvatore Veca, Mario Andrea Rigoni e Cesare Viviani, sarà in libreria in questi giorni.
Pensate a queste due citazioni: «Come ha detto Gesù, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» e «Come ha detto ieri Saddam Hussein, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te». Come è ovvio, la prima è una esortazione alla mansuetudine, la seconda una minaccia. Sarebbe anzi interessante un processo di svalutazione di aforismi semplici per semplice cambio di attribuzione. Pensate a «Noi tireremo diritto» detto da un campione di slalom, a «Gli abusi inevitabili sono leggi di natura» detto non da Vauvenargues, ma da Cesare Previti.
Qualche studioso ha lanciato interessanti propositi su una possibile analisi degli aforismi dal punto di vista della loro costruzione retorica (giochi di antitesi, di paronomasia, di figure di parole e di pensiero), e andandomi a rivedere il paragrafo sui proverbi di Jolles ho rilevato quanto anche per gli aforismi sarebbe opportuno farne una classifica per le virtù metriche, allitterative, o addirittura la presenza della rima, che rendono certamente il detto proverbiale più memorabile e persuasivo riverberando sul piano del contenuto una necessità che si attua sul piano dell´espressione. Certamente massime, proverbi e aforismi come «Chi fa da sé fa per tre», «Tutto è bene quel che finisce bene», «Non dir quattro se non l´hai nel sacco», «Chi non risica non rosica» hanno avuto fortuna proprio grazie alle loro qualità stilistiche. E anche questo è lavoro aperto per il futuro - nella misura in cui, e ricordo che non sono un esperto del genere, non sia già stato fatto.
Ma non trovo alcuna arguzia retorica in aforismi come «Si perdona sinché si ama», che, pur essendo di La Rochefoucauld, è una banalità.
Un´altra distinzione è stata posta, quella cioè tra detto assertorio, con finalità didattiche, massima prescrittiva, come «ama il tuo prossimo come te stesso»; aforismi esortativi («non aspettatevi troppo dalla fine del mondo», Lec); oppure detto semplicemente arguto o superficialmente spiritoso, che non pretende di essere assolutamente vero - come per esempio «I bambini giocano a fare i soldati. Ma perché i soldati giocano a fare i bambini?» (Kraus), «La California è un buon posto per viverci, se sei un arancio»; o asserti spiritosi di cui è evidente la volontà polemica: «I boy scouts sono ragazzi vestiti da cretini comandati da cretini vestiti da ragazzi» (Shaw).
Si vedano subito le differenze: dopo aver annunciato il proprio detto sui boy scouts, Shaw potrebbe scusarsi con Archibald Baden-Powell dicendo che voleva scherzare, mentre non farebbe altrettanto chi ha annunciato «A volte basta un attimo per scordare una vita ma a volte non basta una vita per scordare un attimo» (Jim Morrison) o «Quanto è vantaggiosa la nobiltà: già a diciotto anni pone un uomo in posizione elevata, e lo rende conosciuto e rispettato, quanto un altro potrebbe riuscire a meritarlo in cinquant´anni. Sono trent´anni guadagnati senza fatica» (Pascal).
Potremmo dire che è massima quella che viene enunciata sul serio e aforisma quello che viene detto per scherzo e verremmo a concludere che le affermazioni sulla cui verità si è disposti a giurare sono massime e quelle che vengono fatte tongue in cheek solo bons mots. Ma allora ridurremmo il genere aforistico a semplice esercizio da cabaret.
D´altra parte a questo punto nascerebbe il problema posto da detti enunciati scherzosamente ma che vogliono tuttavia insinuare una verità, come il detto di Shaw «Per giocare a golf non è necessario essere stupidi. Però aiuta», che certamente contiene una polemica sulla fatuità delle classi agiate (e potremmo dire che ogni romanzo di Wodehouse altro non è che un commento a questo aforisma).
Nel cercare un punto di partenza vorrei per il momento non tentare di distinguere tra massima, aforisma e addirittura proverbio, nella misura in cui appaiono tutti come detti brevi, secondo la definizione di Isidoro: Aphorismus est sermo brevis, integrum sensum propositae rei scribens (4,10,1).
Trovo sul Battaglia: «Sentenza, massima: proposizione che esprime con concisa esattezza il frutto di una lunga esperienza (di vita, di osservazione, di analisi)» e vedo che insieme alla concisione viene rilevata una interessante proprietà: il detto breve nasce da una generalizzazione di esperienze particolari di vita, induzione imperfetta. Infatti, altrimenti sarebbe o definizione del tipo «tutti i corpi sono estesi», o assioma, o premessa di un sillogismo che deve essere assunta indipendentemente dalle sue conclusioni e sulla cui verità non si deve convincere nessuno.
Per questo «tutti gli uomini sono mortali» o «il punto di intersezione tra le mediane a e b di un triangolo è uguale al punto di intersezione delle mediane b e c» non sono intesi come aforismi. Da cui il sospetto che, perché detto sentenzioso, ci sia, occorre che non tutti prima pensassero che era vero, o non si rendessero conto di pensarlo, e che se ne rendano conto solo in virtù dell´arguzia o inaspettatezza del detto stesso. Concorderei quindi con Jolles quando dice che «la massima è la forma letteraria che racchiude un´esperienza senza che quest´ultima cessi di essere un elemento singolo nel mondo dell´isolamento. Essa fissa in sé tale modo senza che tale coesione lo sottragga all´empiria».
Di fronte a tutte queste perplessità intendo limitare le mie considerazioni a un aspetto che direi filosofico della questione, e cioè lo statuto aletico del detto breve. Per statuto aletico non intendo solo le sue condizioni di verità, ma anche le sue condizioni di veridizione. In altri termini, una distinzione fra detti brevi può essere condotta in base alla domanda «sino a che punto l´asserto pretende di essere vero e, se viene preso per vero, quali sono», come direbbe Peirce, «le sue remote conseguenze illative?».
Il punto non mi pare da poco perché conosciamo degli aforismi che definirei distruttivi, i quali prendono un detto breve precedente e lo portano a conseguenze inaccettabili. Maestro in questo genere era Achille Campanile: «L´eccezione conferma la regola. Ci sono regole fatte di sole eccezioni e sono confermatissime» - a cui aggiungerei lo storico appello di Vaime-Marchesi, «Date a Cesare ciò che è di Cesare. 23 pugnalate».
Dove sta dunque il valore di verità dell´aforisma, almeno in quei casi in cui pare colpirci con una rivelazione e mostrarci aspetti ignorati del mondo e della nostra vita? Quando l´aforisma per la sua forza inattesa e insospettabile scatena una sorta di curiosità interpretativa, esso assume allora funzione poetica. In base alla sua forma persuasiva ci fa balenare una verità possibile, ma per amore della sua forma, ars gratia artis, non gli chiediamo se questa verità sia stabile, assoluta, valida per tutte le circostanze. Esso come il discorso poetico per Jakobson è ambiguo e autoriflessivo.
Ma ciò è quello che facciamo con la poesia, benché alcuni filosofi creduloni la considerino l´unico veicolo dell´unica verità possibile (ma anche Beauty is Truth, Truth is Beauty è soltanto un aforisma).
È vero o falso che tutta la vita e il suo travaglio sia come seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia? Perché non dire che «Bellezza è Verità, Verità è Bellezza - questo è tutto ciò che sappiamo in terra - e ciò che dobbiamo sapere?».
È vero che ciascuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera, oppure che, se taluno consente - come è bella la vita? È vero che gli dei accecano sempre coloro che vogliono perdere o che c´è un Amore che muove il sole e l´altre stelle? È vero che sunt lacrimae rerum e che la vita è ricordarsi di un risveglio triste, in un treno all´alba, o che è del poeta il fin la meraviglia? Che la morte si sconta vivendo o che è nostra sorella corporale? Che hereux ce qui sont mort pour leur patrie charnelle? Perché non dire con Wilde che una cosa non è necessariamente vera perché un uomo è morto per realizzarla? (?)
Di fronte a questi enunciati poetici non ci chiediamo mai se siano veri, o condivisibili in toto, e possiamo essere folgorati da una rivelazione e dal suo contrario. Li vediamo lievitare nel loro contesto, staffilarci con la loro verità, che rimane tale anche se non condividiamo l´etica o la politica del poeta, e in certi momenti chiediamo a loro chi siamo e cosa vogliamo, in altri disconosciamo il messaggio che ci recano ma rimaniamo soggiogati dalla sua forza o dalla sua grazia, come accade con le epifanie.
Col che si apre un altro modo di vedere l´aforisma non come veicolo di saggezza, ma come genere poetico. E allora siamo pronti ad accettarne anche la stralunata improbabilità, il lampeggiare d´una intuizione che va al di là del paradosso stesso e ci spinge a un´ermeneutica continua, come accade con i migliori aforismi di Lec, o di Cioran, che non so se asseriscano, esortino, ammaestrino, minaccino o dicano la verità - ma certo ci fanno reagire come si reagisce di fronte a ogni discorso poetico, e di fronte ad essi sgraniamo il rosario dell´interpretazione.
Di Cioran non condivido quasi nessuna idea, di Lec quasi tutte ma ad entrambi reagisco con lo stesso stupore con cui reagisco a una poesia.
Ecco una lista di aforismi di Cioran dal Demiurgo cattivo (1969): «Concepire un pensiero, un solo ed unico pensiero - ma che mandasse in frantumi l´universo». «Niente può togliermi dalla mente che questo mondo sia frutto di un dio tenebroso di cui io prolungo l´ombra». «La sua sterilità era infinita: partecipava dell´estasi». «Il saggio è qualcuno che non si degna di sperare».
Ed ecco una breve lista dei Pensieri spettinati di Lec (1957-1959): «Se si potesse scontare la morte dormendola a rate!» «Si può morire a Sant´Elena senza essere Napoleone». «Si abbracciarono così stretti che non rimase spazio per i sentimenti». «Si cospargeva il capo con la cenere delle sue vittime». (?) «Ha posseduto la scienza, ma non l´ha resa gravida». «Nella sua modestia si considerava un grafomane. Invece era un delatore». «I roghi non illuminano le tenebre». «Sesamo apriti - voglio uscire!».
«Sesamo apriti - voglio uscire» non asserisce, non impone, e per dirla con Eraclito, non dice ma fa cenni. Abbiamo persino dimenticato che è stato scritto sotto dittatura, e aveva un significato quasi letterale: è diventato un modo di vedere la condizione umana, una minaccia costante - forse persino un grido di speranza. Il suo statuto atletico è nullo, la sua forza persuasiva è immensa perché immensa è la sua brevità. Sciocco cercare una teoria che lo giustifichi, o trarne le più remote conseguenze illative. Per dirla con Vauvenargues (ammesso che l´attribuzione sia giusta): «Una massima che abbia bisogno di essere spiegata non vale niente».
27 marzo 2004
Matematica e letteratura un matrimonio possibile
PIERGIORGIO ODIFREDDI
[da la Repubblica del 27/3/2003]
Alle 16,30 del 29, 30 e 31 marzo si tengono, nell´Aula Magna dell´Università di Bologna, le Lezioni italiane organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau e dall´editore Laterza. Introdotto da Umberto Eco, parlerà dei rapporti fra matematica letteratura, pittura e musica. Anticipiamo qui una parte dell´intervento sulla letteratura.
Nelle sue Lezioni di letteratura all´Università di Cornell, pubblicate postume, Vladimir Nabokov insegnava che non bisogna leggere i libri in maniera infantile, identificandosi coi personaggi. Né in maniera adolescenziale, col proposito di imparare a vivere. Né in maniera accademica, indulgendo in generalizzazioni. Bisogna invece leggere in maniera matura, identificandosi con l´autore e concentrandosi sul suo processo creativo, che si riflette nello stile e nella struttura del libro.
Ora, se c´è una disciplina che ha posto la struttura al centro dei suoi interessi, questa è la matematica moderna: si può dunque immaginare che la lettura matura possa (o debba) avvalersi di metodi matematici per l´analisi dei testi, e che i dipartimenti di matematica possano (o debbano) diventare le nuove sedi della critica letteraria, in sostituzione di quelli ammuffiti e stantii nei quali si continuano a praticare le letture accademiche, adolescenziali o infantili aborrite da Nabokov.
Proviamo, dunque, a usare la matematica per analizzare forme o opere letterarie, partendo dalla sestina. Introdotta verso la fine del dodicesimo secolo da Arnaut Daniel, il «miglior fabbro» dantesco, questa forma poetica richiede di suddividere 39 versi in sei strofe di sei, più una finale di tre. Inoltre, le sei parole finali dei versi della prima strofa devono essere le stesse anche nelle rimanenti cinque, ma in un ordine diverso: precisamente, secondo lo schema fisso di riordinamento a spirale che sostituisce ogni volta la sequenza 1, 2, 3, 4, 5 e 6 con 6, 1, 5, 2, 4 e 3.
I matematici chiamano questo genere di riordinamento permutazione, e sanno che ci sono 720 modi diversi di permutare sei cifre o parole. Quello scelto per la sestina, però, ha una proprietà particolare: se lo si usa ripetutamente, dopo sei applicazioni si riottiene l´ordine iniziale da cui si era partiti, come ben si addice a una composizione di sei strofe. Tra le 720 permutazioni di sei elementi, solo 120 hanno questa proprietà. Solo 12 hanno anche l´ulteriore proprietà che le parole sono divise in due gruppi (1, 3, 4 e 2, 5, 6) che si scambiano fra loro, e Arnaut Daniel scelse proprio una di queste. (?)
Le permutazioni di cui abbiamo parlato sono solo un caso particolare delle più generali combinazioni, in cui sono permesse ripetizioni degli elementi che vengono (ri)disposti. E anche le combinazioni hanno trovato svariati usi letterari: dagli I Ching, il classico confuciano organizzato attorno ai 64 esagrammi formati da tutte le possibili combinazioni di segmenti interi o spezzati, alla Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, che contiene tutte le possibili combinazioni di 25 simboli ortografici in volumi di 410 pagine, ciascuna di 40 righe, ciascuna di 40 lettere. Il numero dei volumi dell´infernale biblioteca è inconcepibile: un 1 seguito da 787.200 zeri, maggiore del numero degli elettroni che potrebbero riempire l´intero universo!
Forse l´uso più spettacolare delle combinazioni in un´opera letteraria si trova però ne La vita: istruzioni per l´uso di Georges Perec. Il romanzo fotografa un istante della vita di un condominio di dieci piani, ciascuno con dieci stanze: ci sono dunque cento luoghi da descrivere, ciascuno in un capitolo, ed essi corrispondono alle caselle di una scacchiera dieci per dieci. Perec decise che le varie stanze dovessero contenere ciascuna un personaggio che compie un´azione, e che ci dovessero essere dieci tipologie di personaggi, e dieci di azioni.
Per determinare la disposizione delle coppie personaggio-azione in ciascuna stanza, Perec decise che le tipologie dovessero essere combinate fra loro in maniera più inventiva che nella disposizione della battaglia navale, in cui la prima riga contiene le coppie A1, A2, A3, ..., la prima colonna le coppie A1, B1, C1, ..., e cosí via. Il matematico Claude Berge gli suggerí di disporre le lettere in modo tale che ciascuna comparisse una e una sola volta in ciascuna riga e in ciascuna colonna, e di fare lo stesso con i numeri.
Non è affatto ovvio che la cosa sia possibile, tanto che nel Settecento il famoso matematico Eulero aveva congetturato che non lo fosse. Ma nel 1959 il problema era stato finalmente risolto dai matematici Parker, Bose e Shrikhande, e Perec ne adottò immediatamente una soluzione. Anzi, una volta scoperto il trucco, di questi cosiddetti quadrati alfa-numerici, composti cioè di coppie lettere-numeri, ne usò ben 42, per decidere nei dettagli la struttura del suo romanzo, che oggi conosciamo grazie ai suoi quaderni preparatori.
Naturalmente, una volta orchestrata una struttura così complicata, sarebbe stato deludente descrivere ordinatamente le varie stanze dei vari piani. Perec adottò questa volta una restrizione diversa: muoversi sulla scacchiera come un cavallo del gioco degli scacchi (cioè, di una casella in una direzione, e di due nell´altra). Il problema, una versione del quale si trova già citata in alcuni dei primi manoscritti sugli scacchi, fa parte di quella che i matematici chiamano teoria dei grafi: lo studio, cioè, delle configurazioni che si ottengono collegando un numero finito di punti, detti vertici, con segmenti, detti archi.
Nel caso specifico, i vertici rappresentano le caselle della scacchiera, e gli archi collegano una casella a tutte quelle che il cavallo può raggiungere mediante una mossa a partire da essa. Il problema da risolvere diventa allora di trovare un cosiddetto cammino hamiltoniano, cioè un percorso che passi attraverso tutti i vertici, una ed una sola volta. Nel caso del cavallo su una scacchiera varie soluzioni erano note fin dal Settecento, ma Perec ne escogitò una sua personale, con alcune particolarità: ad esempio, la prima casella e l´ultima non sono collegate da una mossa, il che rende il romanzo aperto, invece che chiuso ciclicamente su se stesso.
Le restrizioni matematiche finora esaminate si riferiscono a testi singoli, ma buona parte della matematica tratta di relazioni fra due o più strutture. Le tre nozioni fondamentali coinvolte, tradotte in termini letterari, sono: l´identità, quando i due testi appaiono identici graficamente o foneticamente; l´isomorfismo, quando essi hanno la struttura sintattica o semantica; e l´omomorfismo, quando i due testi hanno una struttura più o meno simile, anche se non identica.
I testi identici che ammettono una pluralità di letture sono detti enigmistici o crittografici, e possono andare da singole frasi, quali il responso della Sibilla Cumana a Marcello («ibis redibis non morieris in bello»), a interi libri, quali la Storia di una botte di Jonathan Swift. Ma dopo il Pierre Menard, autore del Chisciotte di Borges sappiamo che, in realtà, qualunque testo si presta a letture multiple, non appena lo si immagini scritto da un autore apocrifo o in un´epoca anacronistica.
Gli isomorfismi mantengono invece inalterata la struttura profonda di un testo, pur variandone l´aspetto superficiale. Essi vanno dalle trascrizioni lipogrammatiche inaugurate nel terzo secolo da Nestore di Laranda, che riscrisse l´Iliade evitando in ciascuno dei 24 canti una delle 24 lettere dell´alfabeto greco, alle composizioni antonimiche in cui le parole sono rimpiazzate da loro contrari, come nel passaggio dal «T´amo pio bove» di Carducci al «T´odio empia vacca» di Vassalli. Il gioco risale almeno alla Risposta per contrari di Cenne de la Chitarra ad un sonetto di Folgore di San Giminiano, e poiché i contrari non sono univocamente determinati, la sua ripetizione non riporta necessariamente al punto di partenza, ma soltanto a composizioni sinonimiche, come in «T´adoro devoto bue».
Essendo meno stringente dell´isomorfismo, la restrizione imposta dall´omomorfismo è quella che permette maggiori possibilità di manipolazione e di riuscita artistica. Si può qui andare dalle 99 variazioni su un tema degli Esercizi di stile di Queneau ai testi multipli della Storia dell´assedio di Lisbona di Saramago, in quel pirotecnico gioco di rimandi e interpretazioni che costituisce la vera essenza sia della letteratura che della matematica. A dimostrazione che le divisioni fra le due culture stanno nell´immaginazione di chi le persegue, e non nella realtà delle cose.
[da la Repubblica del 27/3/2003]
Alle 16,30 del 29, 30 e 31 marzo si tengono, nell´Aula Magna dell´Università di Bologna, le Lezioni italiane organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau e dall´editore Laterza. Introdotto da Umberto Eco, parlerà dei rapporti fra matematica letteratura, pittura e musica. Anticipiamo qui una parte dell´intervento sulla letteratura.
Nelle sue Lezioni di letteratura all´Università di Cornell, pubblicate postume, Vladimir Nabokov insegnava che non bisogna leggere i libri in maniera infantile, identificandosi coi personaggi. Né in maniera adolescenziale, col proposito di imparare a vivere. Né in maniera accademica, indulgendo in generalizzazioni. Bisogna invece leggere in maniera matura, identificandosi con l´autore e concentrandosi sul suo processo creativo, che si riflette nello stile e nella struttura del libro.
Ora, se c´è una disciplina che ha posto la struttura al centro dei suoi interessi, questa è la matematica moderna: si può dunque immaginare che la lettura matura possa (o debba) avvalersi di metodi matematici per l´analisi dei testi, e che i dipartimenti di matematica possano (o debbano) diventare le nuove sedi della critica letteraria, in sostituzione di quelli ammuffiti e stantii nei quali si continuano a praticare le letture accademiche, adolescenziali o infantili aborrite da Nabokov.
Proviamo, dunque, a usare la matematica per analizzare forme o opere letterarie, partendo dalla sestina. Introdotta verso la fine del dodicesimo secolo da Arnaut Daniel, il «miglior fabbro» dantesco, questa forma poetica richiede di suddividere 39 versi in sei strofe di sei, più una finale di tre. Inoltre, le sei parole finali dei versi della prima strofa devono essere le stesse anche nelle rimanenti cinque, ma in un ordine diverso: precisamente, secondo lo schema fisso di riordinamento a spirale che sostituisce ogni volta la sequenza 1, 2, 3, 4, 5 e 6 con 6, 1, 5, 2, 4 e 3.
I matematici chiamano questo genere di riordinamento permutazione, e sanno che ci sono 720 modi diversi di permutare sei cifre o parole. Quello scelto per la sestina, però, ha una proprietà particolare: se lo si usa ripetutamente, dopo sei applicazioni si riottiene l´ordine iniziale da cui si era partiti, come ben si addice a una composizione di sei strofe. Tra le 720 permutazioni di sei elementi, solo 120 hanno questa proprietà. Solo 12 hanno anche l´ulteriore proprietà che le parole sono divise in due gruppi (1, 3, 4 e 2, 5, 6) che si scambiano fra loro, e Arnaut Daniel scelse proprio una di queste. (?)
Le permutazioni di cui abbiamo parlato sono solo un caso particolare delle più generali combinazioni, in cui sono permesse ripetizioni degli elementi che vengono (ri)disposti. E anche le combinazioni hanno trovato svariati usi letterari: dagli I Ching, il classico confuciano organizzato attorno ai 64 esagrammi formati da tutte le possibili combinazioni di segmenti interi o spezzati, alla Biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, che contiene tutte le possibili combinazioni di 25 simboli ortografici in volumi di 410 pagine, ciascuna di 40 righe, ciascuna di 40 lettere. Il numero dei volumi dell´infernale biblioteca è inconcepibile: un 1 seguito da 787.200 zeri, maggiore del numero degli elettroni che potrebbero riempire l´intero universo!
Forse l´uso più spettacolare delle combinazioni in un´opera letteraria si trova però ne La vita: istruzioni per l´uso di Georges Perec. Il romanzo fotografa un istante della vita di un condominio di dieci piani, ciascuno con dieci stanze: ci sono dunque cento luoghi da descrivere, ciascuno in un capitolo, ed essi corrispondono alle caselle di una scacchiera dieci per dieci. Perec decise che le varie stanze dovessero contenere ciascuna un personaggio che compie un´azione, e che ci dovessero essere dieci tipologie di personaggi, e dieci di azioni.
Per determinare la disposizione delle coppie personaggio-azione in ciascuna stanza, Perec decise che le tipologie dovessero essere combinate fra loro in maniera più inventiva che nella disposizione della battaglia navale, in cui la prima riga contiene le coppie A1, A2, A3, ..., la prima colonna le coppie A1, B1, C1, ..., e cosí via. Il matematico Claude Berge gli suggerí di disporre le lettere in modo tale che ciascuna comparisse una e una sola volta in ciascuna riga e in ciascuna colonna, e di fare lo stesso con i numeri.
Non è affatto ovvio che la cosa sia possibile, tanto che nel Settecento il famoso matematico Eulero aveva congetturato che non lo fosse. Ma nel 1959 il problema era stato finalmente risolto dai matematici Parker, Bose e Shrikhande, e Perec ne adottò immediatamente una soluzione. Anzi, una volta scoperto il trucco, di questi cosiddetti quadrati alfa-numerici, composti cioè di coppie lettere-numeri, ne usò ben 42, per decidere nei dettagli la struttura del suo romanzo, che oggi conosciamo grazie ai suoi quaderni preparatori.
Naturalmente, una volta orchestrata una struttura così complicata, sarebbe stato deludente descrivere ordinatamente le varie stanze dei vari piani. Perec adottò questa volta una restrizione diversa: muoversi sulla scacchiera come un cavallo del gioco degli scacchi (cioè, di una casella in una direzione, e di due nell´altra). Il problema, una versione del quale si trova già citata in alcuni dei primi manoscritti sugli scacchi, fa parte di quella che i matematici chiamano teoria dei grafi: lo studio, cioè, delle configurazioni che si ottengono collegando un numero finito di punti, detti vertici, con segmenti, detti archi.
Nel caso specifico, i vertici rappresentano le caselle della scacchiera, e gli archi collegano una casella a tutte quelle che il cavallo può raggiungere mediante una mossa a partire da essa. Il problema da risolvere diventa allora di trovare un cosiddetto cammino hamiltoniano, cioè un percorso che passi attraverso tutti i vertici, una ed una sola volta. Nel caso del cavallo su una scacchiera varie soluzioni erano note fin dal Settecento, ma Perec ne escogitò una sua personale, con alcune particolarità: ad esempio, la prima casella e l´ultima non sono collegate da una mossa, il che rende il romanzo aperto, invece che chiuso ciclicamente su se stesso.
Le restrizioni matematiche finora esaminate si riferiscono a testi singoli, ma buona parte della matematica tratta di relazioni fra due o più strutture. Le tre nozioni fondamentali coinvolte, tradotte in termini letterari, sono: l´identità, quando i due testi appaiono identici graficamente o foneticamente; l´isomorfismo, quando essi hanno la struttura sintattica o semantica; e l´omomorfismo, quando i due testi hanno una struttura più o meno simile, anche se non identica.
I testi identici che ammettono una pluralità di letture sono detti enigmistici o crittografici, e possono andare da singole frasi, quali il responso della Sibilla Cumana a Marcello («ibis redibis non morieris in bello»), a interi libri, quali la Storia di una botte di Jonathan Swift. Ma dopo il Pierre Menard, autore del Chisciotte di Borges sappiamo che, in realtà, qualunque testo si presta a letture multiple, non appena lo si immagini scritto da un autore apocrifo o in un´epoca anacronistica.
Gli isomorfismi mantengono invece inalterata la struttura profonda di un testo, pur variandone l´aspetto superficiale. Essi vanno dalle trascrizioni lipogrammatiche inaugurate nel terzo secolo da Nestore di Laranda, che riscrisse l´Iliade evitando in ciascuno dei 24 canti una delle 24 lettere dell´alfabeto greco, alle composizioni antonimiche in cui le parole sono rimpiazzate da loro contrari, come nel passaggio dal «T´amo pio bove» di Carducci al «T´odio empia vacca» di Vassalli. Il gioco risale almeno alla Risposta per contrari di Cenne de la Chitarra ad un sonetto di Folgore di San Giminiano, e poiché i contrari non sono univocamente determinati, la sua ripetizione non riporta necessariamente al punto di partenza, ma soltanto a composizioni sinonimiche, come in «T´adoro devoto bue».
Essendo meno stringente dell´isomorfismo, la restrizione imposta dall´omomorfismo è quella che permette maggiori possibilità di manipolazione e di riuscita artistica. Si può qui andare dalle 99 variazioni su un tema degli Esercizi di stile di Queneau ai testi multipli della Storia dell´assedio di Lisbona di Saramago, in quel pirotecnico gioco di rimandi e interpretazioni che costituisce la vera essenza sia della letteratura che della matematica. A dimostrazione che le divisioni fra le due culture stanno nell´immaginazione di chi le persegue, e non nella realtà delle cose.
Quelle brutte storie di bambini
di Adriano Sofri
[da la Repubblica del 27/03/04]
NON so quasi niente delle cose di cui scrivo, e questa volta ancora meno. Scrivo d´azzardo a proposito di un´affinità fra le prove di guerra civile in Kosovo e il derby abolito allo stadio Olimpico. Domenica sera, all´Olimpico, sulla scorta di qualche episodio minore ? un´auto della polizia che avanza contro gruppi di ultrà, un giovane in curva intossicato dai fumogeni ? si diffonde la voce che un ragazzo è morto, travolto da una camionetta della Celere. Un bambino, o un sedicenne... Pochi giorni prima, a Cabra, un villaggio vicino a Kosovska Mitrovica, tre bambini d´etnia albanese, di 13, 11 e 9 anni, erano morti annegati nell´Ibar, dove s´erano gettati per scampare a un gruppo di ragazzi serbi che l´inseguivano coi cani.
Un quarto bambino s´era salvato. La commozione per i piccoli martiri è enorme. Nei giorni successivi divampa la rivolta kosovaro-albanese in tutto il paese: decine di morti, centinaia di feriti, chiese e case devastate, feriti e presto anche morti fra i militari dell´Onu. A Belgrado, a Ni? e nel resto della Serbia risponde la violenza serbista. Intanto la versione dei fatti che ha suscitato l´incendio è andata in crisi. Sembra inverosimile la presenza di ragazzi serbi in una zona lontana dalla loro. I cani diventano un solo bulldog, e anche quello è messo in dubbio. Quel punto dell´Ibar, s´avverte, è noto per le sue correnti micidiali. Contestata dai serbi, la versione originaria è messa in dubbio anche dalle Nazioni Unite.
Così vanno le cose. In uno stadio, un tifoso può essere ammazzato sotto gli occhi di tutti - successe a Roma, e la partita si giocò. Possono esserci una quantità di cadaveri in giro - successe all´Heysel, e si giocò la partita. Può esserci una diceria fantastica, il fantasma d´un bambino, o un sedicenne, travolto da un´auto della polizia, e la partita non s´è giocata. Il fantasma d´un ammazzato, tanto più se è un ragazzo, commuove dei tifosi perseguitati dal destino e dalla malignità dei nemici, e ne rovescia l´offesa contro gli assassini - la polizia. I bambini kosovari sono morti davvero annegati, benché forse non ci fossero cani e ragazzi serbi a braccarli: non ce n´era bisogno, perché si scatenasse la ribellione contro la minoranza superstite dei serbi e le truppe internazionali. È molto meno ragionevole pensare che i dimostranti kosovari, e i tifosi romani, non credessero al ragazzo ammazzato dalla polizia davanti all´Olimpico, o ai ragazzi spinti nelle acque dell´Ibar a Cabra, e avessero deciso di servirsi di quei racconti per un proposito che non aspettava se non l´occasione.
La gente ci crede. Ci crede, e dopo un momento è disposta a giurare di averli visti coi propri occhi, i feroci cani serbi, di averla ascoltata con le proprie orecchie, la voce della madre del ragazzo che dice che gliel´hanno ammazzato. È molto più difficile immaginare che qualcuno abbia macchinato la cosa, inventato di sana pianta la notizia, preparato le sue truppe alla guerra. Il capitano di una curva non dev´essere molto diverso da un capo dell´Uck, non nella capigliatura, direi, e neanche dentro la testa: è l´ufficiale di un potere alternativo e supplente, che aspetta di esercitarsi senza l´intralcio dei poteri ufficiali e intrusi, la polizia italiana, l´Unmik internazionale. Il capitano d´una curva o il capo dell´Uck è commosso davvero - hanno ammazzato un nostro ragazzo, affogato i nostri bambini - e responsabile davvero: tocca a noi vendicare la ferita, e prima di tutto mostrare quel senso rigoroso di moralità che i fantocci delle autorità ufficiali hanno sempre mancato, facendo giocare partite col morto, coi morti, con le stragi.
Noi siamo il potere vero - le curve, la società civile - e per prima cosa surclassiamo il potere ufficiale con la nostra determinazione al lutto e all´ordine, alla commozione e al sacrificio: dunque giù gli striscioni, e abroghiamo il secondo tempo. Subito dopo - perché il lutto virile dura il tempo dell´onore, e già preme il tempo della battaglia - subito dopo si va all´assalto della polizia, tutti uniti, senza distinzione di magliette. Incendi, distruzioni, qualche centinaio di feriti a Roma; 31 morti, qualche centinaio di feriti, incendi e devastazioni in Kosovo. Le proporzioni sono salvate. Come si propaga una voce del tutto falsa in uno stadio gremito? Ma è la storia più vecchia del mondo. Basta rileggere i "Promessi Sposi", cioè no: i "Promessi Sposi" più i telefonini. Perché la voce sul ragazzo ammazzato non è una "leggenda metropolitana". Le leggende metropolitane hanno una loro lenta durata, nascono in qualche punto irrintracciabile, passano per una segreta incubazione, e quando si fanno conoscere hanno ormai vinto.
Una diceria che sfrutta una folla enorme ammucchiata in un catino, come in un colossale gioco del telegrafo - una colossale ola del telegrafo - e supera di colpo la distanza da chi sta fuori e l´ostilità tra le fazioni di dentro grazie ai telefonini: la leggenda metropolitana giocata in un corto circuito. I telefonini, e il gregarismo della folla - di una folla semimilitarizzata e similfascista, come quella degli ultrà delle curve romane - spiegano la scomparsa repentina e concorde degli striscioni, che nessun complotto preordinato saprebbe spiegare.
Salvo che si abbia un´inclinazione a sospettare complotti, e a crederci. Questa inclinazione regna, ancora troppo misconosciuta, sulla terra. L´incredulità è un´irresistibile forma di occultismo di massa. Per esempio: gli ultrà d´opposto colore credono che uno di loro - non importa di chi - sia stato schiacciato da una camionetta nemica. Il vasto e sequestrato pubblico degli spettatori ordinari ascolta gli appelli di prefetto e questore che avvertono della falsità della notizia, e ne ricavano la conferma della sua verità. Che cos´è infatti la verità, se non il contrario di quello che giurano le autorità, tanto più in una situazione d´emergenza e di panico? A Madrid è appena successo, a Washington lo stanno appunto denunciando... ("Tutto quello che sai è falso", è il titolo adescatore di uno dei tanti libri del filone, che vanta d´essere alla sesta edizione...).
A Roma c´è stato un impercettibile incidente: prefetto e questore dicevano proprio la verità, nel loro mortificato megafono. L´hanno detta sette volte: si poteva credere a una verità ripetuta sette volte solennemente? A loro volta le autorità, prefetto, questore, non possono credere a una simile pazzia - un morto che non c´è, una folla vicina al parossismo, due o tre caporioni che ordinano di smettere il gioco - se non come a una cospirazione ordita da lontano, per esautorarli, e con loro screditare ogni autorità costituita. Una peculiare paranoia guida le reazioni di ciascuna parte del gioco. Ciascuna è dominata dal sospetto, e dall´impulso a una reazione di difesa, destinata a diventare una mossa preventiva, perché in realtà niente, o quasi, era successo, e il sospetto ha sostituito il fatto. Basta una scintilla: il sospetto è la più incendiaria delle scintille. Naturalmente, una quantità d´altre partite si giocano. I debiti di Roma e Lazio. Gli affari delle bande ultrà. L´indipendenza del Kosovo albanese. La rivalsa della Metohjia serba. La cantonalizzazione. L´incendio dei monasteri, la distruzione delle moschee... Sinisa Mihajlovic ha fatto subito la somma: «Mi sembrava d´essere in Serbia». La Jugoslavia, buonanima, cominciò la sua guerra civile da una partita di calcio fra Belgrado e Zagabria.
La cronaca quotidiana - che poi sarà la sussiegosa storia di dopodomani - non fa che moltiplicare le prove della versatile intelligenza paranoica contemporanea. Untori, agenti doppi, promotori finanziari col braccio sulla spalla spaventata di Totti. E alla fine, negli attori, un senso di vuoto. Sentono la mancanza del ragazzo ammazzato dalla polizia - il ragazzo che non c´era, né vivo né morto. Non rinunciano a consolarsi dei bambini annegati chiamando in causa i cani e i ragazzi rabbiosi che li rincorrono fino all´acqua fredda. Se per un momento si ceda alla nostalgia della vita degna di fede, delle apparenze senza inganno, ecco che un ragazzetto s´avanza, con un maglione troppo largo e gonfio, e le guardie ossessionate dal sospetto gli ordinano di fermarsi e spogliarsi - e il ragazzetto si taglia le bretelle, cercando di far bene, di contentare gli ordini degli uomini, e se ne resta a mani alzate mettendo in mostra la sua cintura esplosiva. Difficile restar fedeli al principio che non vedere un complotto che c´è sia meglio che vedere complotti dove non ci sono - era la mia massima, adesso non so più. So che la rettifica assomiglia sinistramente all´inversione di quell´altra bella massima: meglio novantanove colpevoli a spasso che un innocente in galera. (Strana, ora che ci penso: novantanove pecorelle si smarrirono, e una restò col pastore).
L´obiezione di coscienza all´intelligenza gelosa e paranoica fa vedere il mondo, temo, con un più amaro pessimismo. I complotti sono feroci e micidiali, ma si possono sventare. Le cospirazioni della buona fede sono intrattabili. Domenica le curve dell´Olimpico hanno preso in ostaggio la vasta maggioranza degli spettatori, avanguardia militante di una società civile che può non volerla, o addirittura aborrirla, ma non sa come guardarsene. Un problema assai simile s´era posto nella grande manifestazione per la pace del giorno prima, ancora a Roma. Non si faccia l´errore di pensare che nelle strade di Roma per la pace si giocasse la partita universale, e allo stadio Olimpico solo la specialità calcistica, dopotutto marginale: piuttosto il contrario. Oltretutto, nella tribuna romana siede lo Stato, unitario e trasversale. Nel sabato e nella domenica, provocatori e infiltrati hanno poca parte. Conta la buona fede. Versioni concorrenti di società civili tentate d´avanzare la loro opzione sul potere. La polizia è messa da parte o assaltata, la giustizia penale è in bilico - per il momento arresta qualche padrone di squadre di calcio, qualche capo ultrà. Fra qualche ultrà si preparano già monetine e sputi con cui accompagnare la caduta dei padroni di squadre. In politica era già successo.
[da la Repubblica del 27/03/04]
NON so quasi niente delle cose di cui scrivo, e questa volta ancora meno. Scrivo d´azzardo a proposito di un´affinità fra le prove di guerra civile in Kosovo e il derby abolito allo stadio Olimpico. Domenica sera, all´Olimpico, sulla scorta di qualche episodio minore ? un´auto della polizia che avanza contro gruppi di ultrà, un giovane in curva intossicato dai fumogeni ? si diffonde la voce che un ragazzo è morto, travolto da una camionetta della Celere. Un bambino, o un sedicenne... Pochi giorni prima, a Cabra, un villaggio vicino a Kosovska Mitrovica, tre bambini d´etnia albanese, di 13, 11 e 9 anni, erano morti annegati nell´Ibar, dove s´erano gettati per scampare a un gruppo di ragazzi serbi che l´inseguivano coi cani.
Un quarto bambino s´era salvato. La commozione per i piccoli martiri è enorme. Nei giorni successivi divampa la rivolta kosovaro-albanese in tutto il paese: decine di morti, centinaia di feriti, chiese e case devastate, feriti e presto anche morti fra i militari dell´Onu. A Belgrado, a Ni? e nel resto della Serbia risponde la violenza serbista. Intanto la versione dei fatti che ha suscitato l´incendio è andata in crisi. Sembra inverosimile la presenza di ragazzi serbi in una zona lontana dalla loro. I cani diventano un solo bulldog, e anche quello è messo in dubbio. Quel punto dell´Ibar, s´avverte, è noto per le sue correnti micidiali. Contestata dai serbi, la versione originaria è messa in dubbio anche dalle Nazioni Unite.
Così vanno le cose. In uno stadio, un tifoso può essere ammazzato sotto gli occhi di tutti - successe a Roma, e la partita si giocò. Possono esserci una quantità di cadaveri in giro - successe all´Heysel, e si giocò la partita. Può esserci una diceria fantastica, il fantasma d´un bambino, o un sedicenne, travolto da un´auto della polizia, e la partita non s´è giocata. Il fantasma d´un ammazzato, tanto più se è un ragazzo, commuove dei tifosi perseguitati dal destino e dalla malignità dei nemici, e ne rovescia l´offesa contro gli assassini - la polizia. I bambini kosovari sono morti davvero annegati, benché forse non ci fossero cani e ragazzi serbi a braccarli: non ce n´era bisogno, perché si scatenasse la ribellione contro la minoranza superstite dei serbi e le truppe internazionali. È molto meno ragionevole pensare che i dimostranti kosovari, e i tifosi romani, non credessero al ragazzo ammazzato dalla polizia davanti all´Olimpico, o ai ragazzi spinti nelle acque dell´Ibar a Cabra, e avessero deciso di servirsi di quei racconti per un proposito che non aspettava se non l´occasione.
La gente ci crede. Ci crede, e dopo un momento è disposta a giurare di averli visti coi propri occhi, i feroci cani serbi, di averla ascoltata con le proprie orecchie, la voce della madre del ragazzo che dice che gliel´hanno ammazzato. È molto più difficile immaginare che qualcuno abbia macchinato la cosa, inventato di sana pianta la notizia, preparato le sue truppe alla guerra. Il capitano di una curva non dev´essere molto diverso da un capo dell´Uck, non nella capigliatura, direi, e neanche dentro la testa: è l´ufficiale di un potere alternativo e supplente, che aspetta di esercitarsi senza l´intralcio dei poteri ufficiali e intrusi, la polizia italiana, l´Unmik internazionale. Il capitano d´una curva o il capo dell´Uck è commosso davvero - hanno ammazzato un nostro ragazzo, affogato i nostri bambini - e responsabile davvero: tocca a noi vendicare la ferita, e prima di tutto mostrare quel senso rigoroso di moralità che i fantocci delle autorità ufficiali hanno sempre mancato, facendo giocare partite col morto, coi morti, con le stragi.
Noi siamo il potere vero - le curve, la società civile - e per prima cosa surclassiamo il potere ufficiale con la nostra determinazione al lutto e all´ordine, alla commozione e al sacrificio: dunque giù gli striscioni, e abroghiamo il secondo tempo. Subito dopo - perché il lutto virile dura il tempo dell´onore, e già preme il tempo della battaglia - subito dopo si va all´assalto della polizia, tutti uniti, senza distinzione di magliette. Incendi, distruzioni, qualche centinaio di feriti a Roma; 31 morti, qualche centinaio di feriti, incendi e devastazioni in Kosovo. Le proporzioni sono salvate. Come si propaga una voce del tutto falsa in uno stadio gremito? Ma è la storia più vecchia del mondo. Basta rileggere i "Promessi Sposi", cioè no: i "Promessi Sposi" più i telefonini. Perché la voce sul ragazzo ammazzato non è una "leggenda metropolitana". Le leggende metropolitane hanno una loro lenta durata, nascono in qualche punto irrintracciabile, passano per una segreta incubazione, e quando si fanno conoscere hanno ormai vinto.
Una diceria che sfrutta una folla enorme ammucchiata in un catino, come in un colossale gioco del telegrafo - una colossale ola del telegrafo - e supera di colpo la distanza da chi sta fuori e l´ostilità tra le fazioni di dentro grazie ai telefonini: la leggenda metropolitana giocata in un corto circuito. I telefonini, e il gregarismo della folla - di una folla semimilitarizzata e similfascista, come quella degli ultrà delle curve romane - spiegano la scomparsa repentina e concorde degli striscioni, che nessun complotto preordinato saprebbe spiegare.
Salvo che si abbia un´inclinazione a sospettare complotti, e a crederci. Questa inclinazione regna, ancora troppo misconosciuta, sulla terra. L´incredulità è un´irresistibile forma di occultismo di massa. Per esempio: gli ultrà d´opposto colore credono che uno di loro - non importa di chi - sia stato schiacciato da una camionetta nemica. Il vasto e sequestrato pubblico degli spettatori ordinari ascolta gli appelli di prefetto e questore che avvertono della falsità della notizia, e ne ricavano la conferma della sua verità. Che cos´è infatti la verità, se non il contrario di quello che giurano le autorità, tanto più in una situazione d´emergenza e di panico? A Madrid è appena successo, a Washington lo stanno appunto denunciando... ("Tutto quello che sai è falso", è il titolo adescatore di uno dei tanti libri del filone, che vanta d´essere alla sesta edizione...).
A Roma c´è stato un impercettibile incidente: prefetto e questore dicevano proprio la verità, nel loro mortificato megafono. L´hanno detta sette volte: si poteva credere a una verità ripetuta sette volte solennemente? A loro volta le autorità, prefetto, questore, non possono credere a una simile pazzia - un morto che non c´è, una folla vicina al parossismo, due o tre caporioni che ordinano di smettere il gioco - se non come a una cospirazione ordita da lontano, per esautorarli, e con loro screditare ogni autorità costituita. Una peculiare paranoia guida le reazioni di ciascuna parte del gioco. Ciascuna è dominata dal sospetto, e dall´impulso a una reazione di difesa, destinata a diventare una mossa preventiva, perché in realtà niente, o quasi, era successo, e il sospetto ha sostituito il fatto. Basta una scintilla: il sospetto è la più incendiaria delle scintille. Naturalmente, una quantità d´altre partite si giocano. I debiti di Roma e Lazio. Gli affari delle bande ultrà. L´indipendenza del Kosovo albanese. La rivalsa della Metohjia serba. La cantonalizzazione. L´incendio dei monasteri, la distruzione delle moschee... Sinisa Mihajlovic ha fatto subito la somma: «Mi sembrava d´essere in Serbia». La Jugoslavia, buonanima, cominciò la sua guerra civile da una partita di calcio fra Belgrado e Zagabria.
La cronaca quotidiana - che poi sarà la sussiegosa storia di dopodomani - non fa che moltiplicare le prove della versatile intelligenza paranoica contemporanea. Untori, agenti doppi, promotori finanziari col braccio sulla spalla spaventata di Totti. E alla fine, negli attori, un senso di vuoto. Sentono la mancanza del ragazzo ammazzato dalla polizia - il ragazzo che non c´era, né vivo né morto. Non rinunciano a consolarsi dei bambini annegati chiamando in causa i cani e i ragazzi rabbiosi che li rincorrono fino all´acqua fredda. Se per un momento si ceda alla nostalgia della vita degna di fede, delle apparenze senza inganno, ecco che un ragazzetto s´avanza, con un maglione troppo largo e gonfio, e le guardie ossessionate dal sospetto gli ordinano di fermarsi e spogliarsi - e il ragazzetto si taglia le bretelle, cercando di far bene, di contentare gli ordini degli uomini, e se ne resta a mani alzate mettendo in mostra la sua cintura esplosiva. Difficile restar fedeli al principio che non vedere un complotto che c´è sia meglio che vedere complotti dove non ci sono - era la mia massima, adesso non so più. So che la rettifica assomiglia sinistramente all´inversione di quell´altra bella massima: meglio novantanove colpevoli a spasso che un innocente in galera. (Strana, ora che ci penso: novantanove pecorelle si smarrirono, e una restò col pastore).
L´obiezione di coscienza all´intelligenza gelosa e paranoica fa vedere il mondo, temo, con un più amaro pessimismo. I complotti sono feroci e micidiali, ma si possono sventare. Le cospirazioni della buona fede sono intrattabili. Domenica le curve dell´Olimpico hanno preso in ostaggio la vasta maggioranza degli spettatori, avanguardia militante di una società civile che può non volerla, o addirittura aborrirla, ma non sa come guardarsene. Un problema assai simile s´era posto nella grande manifestazione per la pace del giorno prima, ancora a Roma. Non si faccia l´errore di pensare che nelle strade di Roma per la pace si giocasse la partita universale, e allo stadio Olimpico solo la specialità calcistica, dopotutto marginale: piuttosto il contrario. Oltretutto, nella tribuna romana siede lo Stato, unitario e trasversale. Nel sabato e nella domenica, provocatori e infiltrati hanno poca parte. Conta la buona fede. Versioni concorrenti di società civili tentate d´avanzare la loro opzione sul potere. La polizia è messa da parte o assaltata, la giustizia penale è in bilico - per il momento arresta qualche padrone di squadre di calcio, qualche capo ultrà. Fra qualche ultrà si preparano già monetine e sputi con cui accompagnare la caduta dei padroni di squadre. In politica era già successo.
26 marzo 2004
Scripta manent...
Dai commenti di ItaliaBlogOltre raccolgo un urlo contro il mondo dell'editoria
Scripta manent...
...ma come manent se nessuno ce li pubblica, gli scripta?
Che vergogna...
Quando ho letto che bisogna PURE PAGARE, mi sono tirato un attimino un attimino indietro.
Bah, credo che il mio primo stipendio lo butterò via per pubblicare i miei manoscritti.
A meno che non vado a casa di Stephen King e:
1- lo minaccio con la sua macchina da scrivere, alla "Misery";
2- gli lavo l'auto;
3- gli porto il babbà fatto in casa.
Ma che ce frega? Scriviamo, scriviamo.
Fai leggere una tua poesia ad una donna: per lei sarai un poeta.
Che devo fare se nel cassetto ho decine e decine di storie che "superano il numero di caratteri ammessi dall'editore" perché adoro scrivere, o "risultano politicamente scorretti" perché nel duemilaquattro vige ancora la tirannìa(non solo editoriale...)?
"Le faremo sapere"... COSA MI FARETE SAPERE, EH?
Che siete troppo occupati per dar conto ad un povero idiota che per sbaglio è nato in un'epoca dove i soldi mantengono in vita il cuore in cancrena del mondo?
Che la filosofia è morta insieme al millennio passato?
Che si è famosi solo quando si è proiettati nel tubo catodico, diventando i buffoni di corte delle bestie ignoranti che seguono da casa?
No, io non ci sto. Farò buon viso a cattivo gioco.
Vorrei diventare scrittore per dare voce ai miei pensieri, e materia alla mia voce.
E mi batterò, quando ormai varcherò la soglia degli "anta", affinché possa trovare giovani che nel 2064 credono ancora che la penna ferisce più della spada. Che la penna ci rende dei, creatori. Che la penna rappresenta le ali che tutti noi abbiamo. O per meglio dire che abbiamo nascosto. Perché in quest'epoca c'è poco spazio per i sognatori.
...ma nonostante ciò...io sogno...
Antonio L.
"Evil/Junior", il Collezionista di Attimi (LSDPE)
PS: scusate per lo sfogo, ma... QUANDO CE VO', CE VO'!
Scripta manent...
...ma come manent se nessuno ce li pubblica, gli scripta?
Che vergogna...
Quando ho letto che bisogna PURE PAGARE, mi sono tirato un attimino un attimino indietro.
Bah, credo che il mio primo stipendio lo butterò via per pubblicare i miei manoscritti.
A meno che non vado a casa di Stephen King e:
1- lo minaccio con la sua macchina da scrivere, alla "Misery";
2- gli lavo l'auto;
3- gli porto il babbà fatto in casa.
Ma che ce frega? Scriviamo, scriviamo.
Fai leggere una tua poesia ad una donna: per lei sarai un poeta.
Che devo fare se nel cassetto ho decine e decine di storie che "superano il numero di caratteri ammessi dall'editore" perché adoro scrivere, o "risultano politicamente scorretti" perché nel duemilaquattro vige ancora la tirannìa(non solo editoriale...)?
"Le faremo sapere"... COSA MI FARETE SAPERE, EH?
Che siete troppo occupati per dar conto ad un povero idiota che per sbaglio è nato in un'epoca dove i soldi mantengono in vita il cuore in cancrena del mondo?
Che la filosofia è morta insieme al millennio passato?
Che si è famosi solo quando si è proiettati nel tubo catodico, diventando i buffoni di corte delle bestie ignoranti che seguono da casa?
No, io non ci sto. Farò buon viso a cattivo gioco.
Vorrei diventare scrittore per dare voce ai miei pensieri, e materia alla mia voce.
E mi batterò, quando ormai varcherò la soglia degli "anta", affinché possa trovare giovani che nel 2064 credono ancora che la penna ferisce più della spada. Che la penna ci rende dei, creatori. Che la penna rappresenta le ali che tutti noi abbiamo. O per meglio dire che abbiamo nascosto. Perché in quest'epoca c'è poco spazio per i sognatori.
...ma nonostante ciò...io sogno...
Antonio L.
"Evil/Junior", il Collezionista di Attimi (LSDPE)
PS: scusate per lo sfogo, ma... QUANDO CE VO', CE VO'!
La lista di Bush
25 marzo 2004
Cessate il fuoco!
I cittadini del mondo non riescono neppure più a piangere le tragedie del terrore: a una bomba segue un'autobomba, a ogni morto una vendetta che genera altri morti e altre vendette.Nomi diversi – guerra, terrorismo, violenza – si traducono poi, tutti, in corpi umani fatti a pezzi e in pezzi di umanità perduti per sempre.
Non vogliamo più vedere atrocità: è disumano che gli esseri umani continuino ad ammazzarsi.
Fermiamo questa spirale, o alla fine non resterà più niente, nessuno avrà avuto ragione o torto, ci sarà solo una catena infinita di lutti e distruzioni.
Chiediamo a tutti coloro che stanno praticando e progettando attentati e guerre di fermarsi.
Chiediamo il tempo per riflettere, non possiamo assistere impotenti al dilagare della follia omicida.
A tutti coloro che promuovono la violenza, clandestini organizzatori di stragi o visibilissimi dittatori o presidenti, noi cittadini chiediamo: "cessate il fuoco!"

Un appello promosso da Emergency
22 marzo 2004
Violenza di Stato contro la violenza dei terroristi

Da Repubblica.it «ll leader di Hamas, lo sceicco cieco e paraplegico Ahmed Yassin, è stato ucciso stamane a Gaza da tre razzi israeliani lanciati contro la sua automobile. Secondo le prime informazioni, lo sceicco aveva appena completato le preghiere nella moschea Sabra, vicino alla sua residenza, quando elicotteri israeliani sono comparsi nelle vicinanze e hanno centrato la jeep con la quale è solito spostarsi»
Adesso una sola domanda: a chi giova tutto questo?
di Michele Serra
[da la Repubblica del 21/3/2004]
Il governo più liberista della storia repubblicana si appresta (e non è la prima volta) a varare misure tappabuchi nei confronti del calcio. La giustificazione è che il calcio, pur essendo un settore privato e a scopo di lucro, riveste un evidente interesse pubblico, è un pezzo del costume nazionale, e dunque va soccorso con il denaro dello Stato. Benissimo. Si potrebbe anche ingoiare il rospo. A un patto: che questo governo, santificatore del mercato e del profitto, riconosca di avere adottato un principio tipicamente anti-liberista, statalista, protezionistico e assistenzialistico. Che dica a chiare lettere che lo «scopo di lucro», in sé e per sé, non garantisce e non tutela un fico secco. Che ci sono cose «di interesse pubblico» ben più grandi del calcio (vedi la sanità, la scuola, la cultura, i servizi, la ricerca) che vivono e crescono solo se la mano pubblica interviene con tutto il peso del denaro della collettività. Troppo facile essere statalisti solo alla domenica quando gioca il Milan, e dal lunedì in poi tornare a fare il tifo per il libero mercato.
[da la Repubblica del 21/3/2004]
Il governo più liberista della storia repubblicana si appresta (e non è la prima volta) a varare misure tappabuchi nei confronti del calcio. La giustificazione è che il calcio, pur essendo un settore privato e a scopo di lucro, riveste un evidente interesse pubblico, è un pezzo del costume nazionale, e dunque va soccorso con il denaro dello Stato. Benissimo. Si potrebbe anche ingoiare il rospo. A un patto: che questo governo, santificatore del mercato e del profitto, riconosca di avere adottato un principio tipicamente anti-liberista, statalista, protezionistico e assistenzialistico. Che dica a chiare lettere che lo «scopo di lucro», in sé e per sé, non garantisce e non tutela un fico secco. Che ci sono cose «di interesse pubblico» ben più grandi del calcio (vedi la sanità, la scuola, la cultura, i servizi, la ricerca) che vivono e crescono solo se la mano pubblica interviene con tutto il peso del denaro della collettività. Troppo facile essere statalisti solo alla domenica quando gioca il Milan, e dal lunedì in poi tornare a fare il tifo per il libero mercato.
21 marzo 2004
L´antologia di Sciascia negli anni della tempesta
di Giuseppe Passarello
[da la Repubblica - Palermo]
I testi più amati? "La morte di Ivan Il´ic" e "L´isola del tesoro"
Una grande attenzione per i giovani ai quali voleva comunicare veri valori
Sceglievamo brani di prose e poesie. Nei suoi pareri la cultura e il rigore morale
In tanti bussavano alla sua porta: gli artisti erano bene accetti, i politici invece no
Quella sera di novembre del 1976 si inaugurava una mostra di Guttuso in una galleria d´arte di via Libertà, e sapevo che vi avrei incontrato Leonardo Sciascia. Infatti c´era, e gli feci senza tanti preamboli la proposta. Mi rispose con la sua abituale chiarezza: «Ho sempre desiderato fare un´antologia per la scuola media». Cominciò cosi la lunga o gratificante esperienza di lavoro con Sciascia, dalla quale nacquero i tre volumi di L´età e le età pubblicati dal 1980 al 1983. Compagna di quell´indimenticabile viaggio mi fu Susi Siino, che aveva una grande competenza per i problemi didattici e pedagogici in quel momento cruciale di riforme scolastiche. La mia idea fu entusiasticamente condivisa dall´editore Palumbo: «Ho cominciato con Papini - mi disse - e concludo con Sciascia». Alla firma del contratto Sciascia gli comunicò che avrebbe devoluto i suoi diritti d´autore a favore di organizzazioni assistenziali per studenti bisognosi.
E così per circa cinque anni lavorammo insieme, incontrandoci saltuariamente per lo più a casa dello scrittore, ma qualche volta a casa mia dove non eravamo disturbati dalle improvvise visite di amici e conoscenti che bussavano alla sua porta, visto che aveva deciso di rinunciare al telefono.
Le visite. Di coloro che lo avevano costretto ad andare ad aprire la porta ricordo, tra i tanti, Bruno Caruso, Tono Zancanaro, Lorenzo Mondo. Qualche volta veniva pure Achille Occhetto, allora segretario regionale del Pci, ma Sciascia non ne era entusiasta: congedatolo, tornava borbottando, con un´espressione scettica sul viso: «L´ideologo del comunismo? Mah». Quanto sgradite erano le interruzioni di quelle impreviste visite, tanto gradita era la sosta per il caffè che puntualmente la moglie, la mite signora Maria, ci offriva, aprendo varchi a piacevoli conversazioni negli intervalli di lavoro.
Quel libro, per la sua stessa natura, esigeva la scelta ragionata e motivata di brani di prose e poesie di autori italiani e stranieri, da Omero a Montale. Ne discutevamo esprimendo i nostri giudizi per motivare inclusioni o esclusioni. E così potei ascoltare dalla viva voce di Sciascia giudizi su autori di ogni tempo che non solo rivelavano la vastità e la profondità della sua cultura, ma che consentivano anche di apprezzare le sue posizioni di letterato illuminato, il suo rigore morale, la sua etica di uomo intransigente.
Le polemiche. Per capire meglio quello che vado dicendo, occorre ricordare che i cinque anni della gestazione de L´età e le età, dal 1977 al 1982, furono i più grevi della vita di Sciascia, quelli che videro le sue dimissioni dal Consiglio comunale di Palermo, la rottura definitiva con il Partito comunista, la polemica con Giorgio Amendola sul rifiuto dei giudici popolari di Torino di giudicare le Brigate rosse, la strage di via Fani, l´uccisione di Moro, l´elezione alla Camera nelle file del Partito radicale, la clamorosa rottura con Guttuso. Furono anche gli anni di suoi libri memorabili, come Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, L´affaire Moro, Nero su nero, Dalle parti degli infedeli, La Sicilia come metafora, Il teatro della memoria. Cinque anni importanti, dunque, nel corso dei quali si svolsero i nostri incontri di lavoro.
Spesso accadeva che i nostri discorsi dirottassero su vicende di cui i giornali erano pieni, non di rado con i suoi interventi in primo piano. Si tuffava nelle polemiche con una specie di divertito compiacimento, ma in realtà ne soffriva anche fisicamente, tanto che spesso si portava la mano alla nuca lamentandosi di un mal di capo che lo tormentava di continuo. Gli chiesi una volta se avesse consultato un medico. Se ne uscì con una di quelle sue imprevedibili affermazioni che spalancavano spazi alla meditazione: «La medicina, come l´urbanistica e la sociologia, è una delle grandi imposture del nostro secolo». E poi, per buttarla sul leggero, raccontò che un farmacista del suo paese, leggendo la notula delle medicine prescritte dal medico a un poveraccio che per non sbagliare gli aveva portato gli involucri vuoti, trovava anche "Kodak Pancromatic", cioè un rullino fotografico. Telefonando al medico per chiarimenti, da lui che si rendeva conto dell´errore ma non voleva ammetterlo si era sentito dire: «E tu non glielo dare». Sciascia era divertito più dal nonsense conclusivo del medico che dal fatto in sé.
Le dimissioni. Era evidente che le polemiche di quegli anni lo colpissero più di quanto dava a capire attraverso i suoi lucidi e razionali articoli giornalistici. Un giorno, dopo le sue dimissioni dal Consiglio di Palermo, mi lesse una lettera appena giuntagli da Torino: era di Giancarlo Pajetta, uno dei capi storici del comunismo. L´inizio voleva essere spiritoso, ma secondo Sciascia era solo penoso: «Caro Leonardo, ho sempre saputo che il fuso orario di Palermo è lo stesso di quello di Torino...», e continuava con considerazioni e consigli che avevano scatenato la violenta risposta di Sciascia. In sostanza, dando per scontato quel che i giornalisti avevano pubblicato, e cioè che Sciascia si era dimesso perché le sedute, convocate per le 16, non cominciavano mai prima di mezzanotte, Pajetta indicava la più elementare delle soluzioni: sarebbe bastato presentarsi in Comune a mezzanotte, visto che si sapeva già come andavano le cose.
Sciascia era letteralmente infuriato e offeso, e la lettera con la quale aveva già risposto - rimasta anch´essa, almeno fino a oggi, nell´ambito del privato - era una lezione di civiltà democratica. Di democrazia egli amava parlare in termini semplici (non semplicistici), ripetendo la definizione che di essa aveva dato John Dewey: «Per quanto ignorante possa essere, un uomo sa se la scarpa gli sta stretta al piede».
I grandi. Sciascia era estraneo a nazionalismi, fanatismi o appartenenza a correnti. Era convinto che il più alto esempio in assoluto di prosa d´arte fosse La morte di Ivan I1´ic di Tolstoj (diceva che di tanto in tanto sentiva il bisogno di rileggerlo) e che L´isola del tesoro fosse una lettura che si poteva assomigliare alla felicità. Quando gli veniva in mente un´opera da cui trarre qualche brano valido per il nostro libro, lo cercava nelle librerie di casa o in quelle del box dove scendevamo per prenderlo. Dalla sua prodigiosa memoria emergevano autori di ogni epoca, dal Teofrasto classico, i cui Caratteri consigliava di affiancare all´omonima opera del narratore calabrese Mario La Cava pubblicata nel 1939 con i tagli della censura fascista, a Stefano Vilardo, suo compagno di scuola e amico, che aveva appena pubblicato Tutti dicono Germania Germania, che giudicava opera poetica di alto profilo. Ogni indicazione era accompagnata da motivazioni appropriate alla destinazione del libro che andava prendendo corpo. Di Joyce volle includere Gente di Dublino, di Tobino Bandiera nera, esempio - disse - della stupidità del fascismo, di Guzman Pancho Villa in croce, di Rea La signora scende a Pompei, di Orwell La fattoria degli animali, di Chesterton I tre cavalieri dell´Apocalisse, di De Roberto Il rosario; e poi i suoi amati francesi Stendhal, Balzac, Maupassant, Malraux, Hugo, Renard, Prévert, Zola, Gide; e inoltre Mann, Twain, Hemingway, Huxley, Brecht, Alvaro, Gadda, Calvino, Sereni, Soldati; e i poeti dialettali, dei quali scrisse di suo pugno i nomi, riflettendo a lungo su ciascuno di essi. Insomma, un elenco lunghissimo, difficile da riportare.
I bocciati. È più interessante ricordare gli esclusi, specialmente quelli che ancor oggi godono di salottiera fama televisiva e che egli liquidava con un convinto: «Questo no, perché è un cretino». Sotto la scure di quel no cadde, per fare un esempio, il sociologo Franco Ferrarotti. «Mi ha chiesto una volta - chiarì Sciascia - quale metodo io avessi seguito per scrivere Le parrocchie di Regalpetra, come se ci sia un metodo». Quando nel 1978 divenne Papa Giovanni Paolo II, i giornali si sbizzarrirono alla ricerca di curiosità riguardanti quello sconosciuto cardinale polacco. Tra le altre cose, scoprirono e pubblicarono, con stupito tripudio, poesie da lui scritte in gioventù. A1 mio timido accenno di includere nel libro qualcuna di quelle poesie, Sciascia reagì in modo insolito e un po´ pittoresco, ripetendo più volte con tono allarmato: « ?u Papa no, ?u Papa no».
Non fu tenero neppure con Davide Lajolo, al quale rimproverava non tanto i precedenti fascisti, di cui aveva fatto pubblica confessione ne Il voltagabbana, ma la colpa di avere inviato dalla Spagna, dove militò tra quelli mandati lì da Mussolini, una corrispondenza intitolata "Bocche di donne e di cannoni".
Fra gli esclusi volle includere se stesso, ma ovviamente per motivi diversi: era convinto che la presenza di opere sue in quel testo si sarebbe configurata come «interesse privato in atti d´ufficio», come diceva scherzosamente ma fermamente: non riuscimmo a farlo recedere da quella decisione, e tra i circa 350 autori presenti ne L´età e le età manca proprio Leonardo Sciascia.
La passeggiata. Qualche volta, terminato il nostro lavoro, scendevamo insieme. Io, dirigendomi verso l´auto posteggiata dinanzi al portone di casa, gli offrivo di accompagnarlo dove volesse. Rifiutava sempre, e si avviava per la consueta passeggiata lungo via Libertà, fino a via Siracusa, dai Sellerio. Una volta, parlando di brigatisti, di gambizzazioni, di uccisioni allora purtroppo frequenti, gli chiesi se avesse paura. Mi rispose che non avrebbe mai accettato alcuna scorta (ammesso che qualcuno volesse dargliela) perché sarebbe stata la fine della sua vita, «e io voglio vivere», ripeté con calma. Una sera però, inaspettatamente, me lo chiese proprio lui. Era il 26 aprile del 1979, il giorno in cui Marco Pannella lo aveva cercato dai Sellerio, dove quell´unica volta mi chiese di accompagnarlo. Cominciava così la seconda esperienza politica di Sciascia, questa volta nelle liste del piccolo Partito radicale, segnata da un successo elettorale adeguato alla stima di cui godeva in tutta Italia.
La Camera. La partecipazione ai lavori parlamentari e le conseguenti prolungate assenze da Palermo resero più difficoltosi, diradandoli, i nostri incontri, ma per fortuna la pubblicazione del libro si avviava a conclusione. In uno dei suoi rientri da Roma portò la prefazione che si legge nel primo dei tre volumi. Mi disse che l´aveva scritta nel corso di una delle noiose e inutili sedute della Camera. Fu allora che gli chiesi che impressione gli avessero fatto i suoi colleghi in Parlamento. Mi rispose - come spesso faceva - con una sola fulminante parola: «Mediocri».
Quella prefazione è uno scritto illuminante sul rapporto ideale di Sciascia con le giovani generazioni, alle quali aveva cominciato a guardare sin da quando, maestro elementare a Racalmuto, ne aveva scritto nelle Cronache scolastiche delle Parrocchie di Regalpetra: il suo sguardo si era posato sui poveri scolari di una terra desolata, figli di zolfatari, braccianti, manovali e «dannati della terra», ragazzi a caccia delle «scaglie di corned beef» dispensate dalla refezione scolastica. Di quella sua esperienza aveva scritto: «Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo e spero di aver colto il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè della ragione».
Poi, trasferitosi a Palermo, dalla sua bella casa che si affacciava su Villa Sperlinga guardava a lungo i giovani che ne occupavano i sedili, mano nella mano. Un giorno me li indicò da una finestra, dicendomi: «I giovani si amano con tristezza. Quando si abbracciano o parlano, sono seri e tristi. Non sorridono». Accettava volentieri gli inviti delle scuole per incontri con gli studenti. Di solito esordiva con un prologo che metteva a loro agio i ragazzi: «Ho trascorso la mia vita impegnato a imparare a scrivere e non ho avuto tempo di imparare a parlare. Perciò parlate voi: fatemi delle domande e io vi risponderò». All´immancabile applauso seguivano domande e curiosità dei giovani spesso così appropriate e intelligenti da convincere Sciascia che solo da essi poteva derivare la speranza della rinascita e della crescita, fondata sull´onestà, sulla serietà, sul rispetto reciproco, a condizione che venissero opportunamente informati e istruiti. Le domande dei giovani prendevano lo spunto sia dai contenuti delle opere dello scrittore, che avevano letto, sia dall´attualità, in un intreccio del sociale con l´artistico comprendente le aspettative e il futuro della società stessa.
Gli studenti. Ricordo che in uno di quegli incontri che organizzai nella mia scuola nel momento in cui infuriava la battaglia sul referendum per il divorzio, il discorso si spostò, come spesso accadeva, sulla mafia, sul Giorno della civetta e A ciascuno il suo, sui rimedi che lo Stato avrebbe potuto e dovuto adottare dinanzi al dilagare della criminalità organizzata. Sciascia spiegò che la strada da battere era semplice: sarebbe bastato far controllare da un semplice agente della Guardia di finanza i conti in banca dei presunti mafiosi e indagare sulla provenienza di questi immensi depositi di denaro. Al giovane che chiedeva perché non si facesse un´operazione tanto semplice, Sciascia rispose che l´ordine al finanziere avrebbe dovuto darlo lo Stato, ma - concluse - «uno Stato non si suicida mai».
Al di là di ogni "parlar coverto", Sciascia indicava orizzonti inquietanti ma precisi e rigorosi, convinto com´era che solo dai giovani poteva venire il riscatto. Egli sapeva che i ragazzini di Regalpetra erano cresciuti, e forse anche in quel loro non sorridere era lecito riporre qualche speranza.
Licenziando per la stampa il nostro libro, in quella prefazione che aveva scritto nella Camera dei "mediocri", Sciascia auspicava che le pagine di esso «insegnassero il rispetto, la tolleranza, la pietà, un patriottismo non fanatico, un eroismo non conclamato, la discrezione, l´umiltà, l´amore alla giustizia, la coscienza del diritto». Non c´è ombra di retorica in queste parole. Chi lo ha conosciuto sa bene che esse tracciano i confini del mondo al quale egli aspirava e per il quale lottò sino alla morte, da uomo, da grande scrittore, da impareggiabile maestro di vita.
[da la Repubblica - Palermo]
I testi più amati? "La morte di Ivan Il´ic" e "L´isola del tesoro"
Una grande attenzione per i giovani ai quali voleva comunicare veri valori
Sceglievamo brani di prose e poesie. Nei suoi pareri la cultura e il rigore morale
In tanti bussavano alla sua porta: gli artisti erano bene accetti, i politici invece no
Quella sera di novembre del 1976 si inaugurava una mostra di Guttuso in una galleria d´arte di via Libertà, e sapevo che vi avrei incontrato Leonardo Sciascia. Infatti c´era, e gli feci senza tanti preamboli la proposta. Mi rispose con la sua abituale chiarezza: «Ho sempre desiderato fare un´antologia per la scuola media». Cominciò cosi la lunga o gratificante esperienza di lavoro con Sciascia, dalla quale nacquero i tre volumi di L´età e le età pubblicati dal 1980 al 1983. Compagna di quell´indimenticabile viaggio mi fu Susi Siino, che aveva una grande competenza per i problemi didattici e pedagogici in quel momento cruciale di riforme scolastiche. La mia idea fu entusiasticamente condivisa dall´editore Palumbo: «Ho cominciato con Papini - mi disse - e concludo con Sciascia». Alla firma del contratto Sciascia gli comunicò che avrebbe devoluto i suoi diritti d´autore a favore di organizzazioni assistenziali per studenti bisognosi.
E così per circa cinque anni lavorammo insieme, incontrandoci saltuariamente per lo più a casa dello scrittore, ma qualche volta a casa mia dove non eravamo disturbati dalle improvvise visite di amici e conoscenti che bussavano alla sua porta, visto che aveva deciso di rinunciare al telefono.
Le visite. Di coloro che lo avevano costretto ad andare ad aprire la porta ricordo, tra i tanti, Bruno Caruso, Tono Zancanaro, Lorenzo Mondo. Qualche volta veniva pure Achille Occhetto, allora segretario regionale del Pci, ma Sciascia non ne era entusiasta: congedatolo, tornava borbottando, con un´espressione scettica sul viso: «L´ideologo del comunismo? Mah». Quanto sgradite erano le interruzioni di quelle impreviste visite, tanto gradita era la sosta per il caffè che puntualmente la moglie, la mite signora Maria, ci offriva, aprendo varchi a piacevoli conversazioni negli intervalli di lavoro.
Quel libro, per la sua stessa natura, esigeva la scelta ragionata e motivata di brani di prose e poesie di autori italiani e stranieri, da Omero a Montale. Ne discutevamo esprimendo i nostri giudizi per motivare inclusioni o esclusioni. E così potei ascoltare dalla viva voce di Sciascia giudizi su autori di ogni tempo che non solo rivelavano la vastità e la profondità della sua cultura, ma che consentivano anche di apprezzare le sue posizioni di letterato illuminato, il suo rigore morale, la sua etica di uomo intransigente.
Le polemiche. Per capire meglio quello che vado dicendo, occorre ricordare che i cinque anni della gestazione de L´età e le età, dal 1977 al 1982, furono i più grevi della vita di Sciascia, quelli che videro le sue dimissioni dal Consiglio comunale di Palermo, la rottura definitiva con il Partito comunista, la polemica con Giorgio Amendola sul rifiuto dei giudici popolari di Torino di giudicare le Brigate rosse, la strage di via Fani, l´uccisione di Moro, l´elezione alla Camera nelle file del Partito radicale, la clamorosa rottura con Guttuso. Furono anche gli anni di suoi libri memorabili, come Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, L´affaire Moro, Nero su nero, Dalle parti degli infedeli, La Sicilia come metafora, Il teatro della memoria. Cinque anni importanti, dunque, nel corso dei quali si svolsero i nostri incontri di lavoro.
Spesso accadeva che i nostri discorsi dirottassero su vicende di cui i giornali erano pieni, non di rado con i suoi interventi in primo piano. Si tuffava nelle polemiche con una specie di divertito compiacimento, ma in realtà ne soffriva anche fisicamente, tanto che spesso si portava la mano alla nuca lamentandosi di un mal di capo che lo tormentava di continuo. Gli chiesi una volta se avesse consultato un medico. Se ne uscì con una di quelle sue imprevedibili affermazioni che spalancavano spazi alla meditazione: «La medicina, come l´urbanistica e la sociologia, è una delle grandi imposture del nostro secolo». E poi, per buttarla sul leggero, raccontò che un farmacista del suo paese, leggendo la notula delle medicine prescritte dal medico a un poveraccio che per non sbagliare gli aveva portato gli involucri vuoti, trovava anche "Kodak Pancromatic", cioè un rullino fotografico. Telefonando al medico per chiarimenti, da lui che si rendeva conto dell´errore ma non voleva ammetterlo si era sentito dire: «E tu non glielo dare». Sciascia era divertito più dal nonsense conclusivo del medico che dal fatto in sé.
Le dimissioni. Era evidente che le polemiche di quegli anni lo colpissero più di quanto dava a capire attraverso i suoi lucidi e razionali articoli giornalistici. Un giorno, dopo le sue dimissioni dal Consiglio di Palermo, mi lesse una lettera appena giuntagli da Torino: era di Giancarlo Pajetta, uno dei capi storici del comunismo. L´inizio voleva essere spiritoso, ma secondo Sciascia era solo penoso: «Caro Leonardo, ho sempre saputo che il fuso orario di Palermo è lo stesso di quello di Torino...», e continuava con considerazioni e consigli che avevano scatenato la violenta risposta di Sciascia. In sostanza, dando per scontato quel che i giornalisti avevano pubblicato, e cioè che Sciascia si era dimesso perché le sedute, convocate per le 16, non cominciavano mai prima di mezzanotte, Pajetta indicava la più elementare delle soluzioni: sarebbe bastato presentarsi in Comune a mezzanotte, visto che si sapeva già come andavano le cose.
Sciascia era letteralmente infuriato e offeso, e la lettera con la quale aveva già risposto - rimasta anch´essa, almeno fino a oggi, nell´ambito del privato - era una lezione di civiltà democratica. Di democrazia egli amava parlare in termini semplici (non semplicistici), ripetendo la definizione che di essa aveva dato John Dewey: «Per quanto ignorante possa essere, un uomo sa se la scarpa gli sta stretta al piede».
I grandi. Sciascia era estraneo a nazionalismi, fanatismi o appartenenza a correnti. Era convinto che il più alto esempio in assoluto di prosa d´arte fosse La morte di Ivan I1´ic di Tolstoj (diceva che di tanto in tanto sentiva il bisogno di rileggerlo) e che L´isola del tesoro fosse una lettura che si poteva assomigliare alla felicità. Quando gli veniva in mente un´opera da cui trarre qualche brano valido per il nostro libro, lo cercava nelle librerie di casa o in quelle del box dove scendevamo per prenderlo. Dalla sua prodigiosa memoria emergevano autori di ogni epoca, dal Teofrasto classico, i cui Caratteri consigliava di affiancare all´omonima opera del narratore calabrese Mario La Cava pubblicata nel 1939 con i tagli della censura fascista, a Stefano Vilardo, suo compagno di scuola e amico, che aveva appena pubblicato Tutti dicono Germania Germania, che giudicava opera poetica di alto profilo. Ogni indicazione era accompagnata da motivazioni appropriate alla destinazione del libro che andava prendendo corpo. Di Joyce volle includere Gente di Dublino, di Tobino Bandiera nera, esempio - disse - della stupidità del fascismo, di Guzman Pancho Villa in croce, di Rea La signora scende a Pompei, di Orwell La fattoria degli animali, di Chesterton I tre cavalieri dell´Apocalisse, di De Roberto Il rosario; e poi i suoi amati francesi Stendhal, Balzac, Maupassant, Malraux, Hugo, Renard, Prévert, Zola, Gide; e inoltre Mann, Twain, Hemingway, Huxley, Brecht, Alvaro, Gadda, Calvino, Sereni, Soldati; e i poeti dialettali, dei quali scrisse di suo pugno i nomi, riflettendo a lungo su ciascuno di essi. Insomma, un elenco lunghissimo, difficile da riportare.
I bocciati. È più interessante ricordare gli esclusi, specialmente quelli che ancor oggi godono di salottiera fama televisiva e che egli liquidava con un convinto: «Questo no, perché è un cretino». Sotto la scure di quel no cadde, per fare un esempio, il sociologo Franco Ferrarotti. «Mi ha chiesto una volta - chiarì Sciascia - quale metodo io avessi seguito per scrivere Le parrocchie di Regalpetra, come se ci sia un metodo». Quando nel 1978 divenne Papa Giovanni Paolo II, i giornali si sbizzarrirono alla ricerca di curiosità riguardanti quello sconosciuto cardinale polacco. Tra le altre cose, scoprirono e pubblicarono, con stupito tripudio, poesie da lui scritte in gioventù. A1 mio timido accenno di includere nel libro qualcuna di quelle poesie, Sciascia reagì in modo insolito e un po´ pittoresco, ripetendo più volte con tono allarmato: « ?u Papa no, ?u Papa no».
Non fu tenero neppure con Davide Lajolo, al quale rimproverava non tanto i precedenti fascisti, di cui aveva fatto pubblica confessione ne Il voltagabbana, ma la colpa di avere inviato dalla Spagna, dove militò tra quelli mandati lì da Mussolini, una corrispondenza intitolata "Bocche di donne e di cannoni".
Fra gli esclusi volle includere se stesso, ma ovviamente per motivi diversi: era convinto che la presenza di opere sue in quel testo si sarebbe configurata come «interesse privato in atti d´ufficio», come diceva scherzosamente ma fermamente: non riuscimmo a farlo recedere da quella decisione, e tra i circa 350 autori presenti ne L´età e le età manca proprio Leonardo Sciascia.
La passeggiata. Qualche volta, terminato il nostro lavoro, scendevamo insieme. Io, dirigendomi verso l´auto posteggiata dinanzi al portone di casa, gli offrivo di accompagnarlo dove volesse. Rifiutava sempre, e si avviava per la consueta passeggiata lungo via Libertà, fino a via Siracusa, dai Sellerio. Una volta, parlando di brigatisti, di gambizzazioni, di uccisioni allora purtroppo frequenti, gli chiesi se avesse paura. Mi rispose che non avrebbe mai accettato alcuna scorta (ammesso che qualcuno volesse dargliela) perché sarebbe stata la fine della sua vita, «e io voglio vivere», ripeté con calma. Una sera però, inaspettatamente, me lo chiese proprio lui. Era il 26 aprile del 1979, il giorno in cui Marco Pannella lo aveva cercato dai Sellerio, dove quell´unica volta mi chiese di accompagnarlo. Cominciava così la seconda esperienza politica di Sciascia, questa volta nelle liste del piccolo Partito radicale, segnata da un successo elettorale adeguato alla stima di cui godeva in tutta Italia.
La Camera. La partecipazione ai lavori parlamentari e le conseguenti prolungate assenze da Palermo resero più difficoltosi, diradandoli, i nostri incontri, ma per fortuna la pubblicazione del libro si avviava a conclusione. In uno dei suoi rientri da Roma portò la prefazione che si legge nel primo dei tre volumi. Mi disse che l´aveva scritta nel corso di una delle noiose e inutili sedute della Camera. Fu allora che gli chiesi che impressione gli avessero fatto i suoi colleghi in Parlamento. Mi rispose - come spesso faceva - con una sola fulminante parola: «Mediocri».
Quella prefazione è uno scritto illuminante sul rapporto ideale di Sciascia con le giovani generazioni, alle quali aveva cominciato a guardare sin da quando, maestro elementare a Racalmuto, ne aveva scritto nelle Cronache scolastiche delle Parrocchie di Regalpetra: il suo sguardo si era posato sui poveri scolari di una terra desolata, figli di zolfatari, braccianti, manovali e «dannati della terra», ragazzi a caccia delle «scaglie di corned beef» dispensate dalla refezione scolastica. Di quella sua esperienza aveva scritto: «Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo e spero di aver colto il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè della ragione».
Poi, trasferitosi a Palermo, dalla sua bella casa che si affacciava su Villa Sperlinga guardava a lungo i giovani che ne occupavano i sedili, mano nella mano. Un giorno me li indicò da una finestra, dicendomi: «I giovani si amano con tristezza. Quando si abbracciano o parlano, sono seri e tristi. Non sorridono». Accettava volentieri gli inviti delle scuole per incontri con gli studenti. Di solito esordiva con un prologo che metteva a loro agio i ragazzi: «Ho trascorso la mia vita impegnato a imparare a scrivere e non ho avuto tempo di imparare a parlare. Perciò parlate voi: fatemi delle domande e io vi risponderò». All´immancabile applauso seguivano domande e curiosità dei giovani spesso così appropriate e intelligenti da convincere Sciascia che solo da essi poteva derivare la speranza della rinascita e della crescita, fondata sull´onestà, sulla serietà, sul rispetto reciproco, a condizione che venissero opportunamente informati e istruiti. Le domande dei giovani prendevano lo spunto sia dai contenuti delle opere dello scrittore, che avevano letto, sia dall´attualità, in un intreccio del sociale con l´artistico comprendente le aspettative e il futuro della società stessa.
Gli studenti. Ricordo che in uno di quegli incontri che organizzai nella mia scuola nel momento in cui infuriava la battaglia sul referendum per il divorzio, il discorso si spostò, come spesso accadeva, sulla mafia, sul Giorno della civetta e A ciascuno il suo, sui rimedi che lo Stato avrebbe potuto e dovuto adottare dinanzi al dilagare della criminalità organizzata. Sciascia spiegò che la strada da battere era semplice: sarebbe bastato far controllare da un semplice agente della Guardia di finanza i conti in banca dei presunti mafiosi e indagare sulla provenienza di questi immensi depositi di denaro. Al giovane che chiedeva perché non si facesse un´operazione tanto semplice, Sciascia rispose che l´ordine al finanziere avrebbe dovuto darlo lo Stato, ma - concluse - «uno Stato non si suicida mai».
Al di là di ogni "parlar coverto", Sciascia indicava orizzonti inquietanti ma precisi e rigorosi, convinto com´era che solo dai giovani poteva venire il riscatto. Egli sapeva che i ragazzini di Regalpetra erano cresciuti, e forse anche in quel loro non sorridere era lecito riporre qualche speranza.
Licenziando per la stampa il nostro libro, in quella prefazione che aveva scritto nella Camera dei "mediocri", Sciascia auspicava che le pagine di esso «insegnassero il rispetto, la tolleranza, la pietà, un patriottismo non fanatico, un eroismo non conclamato, la discrezione, l´umiltà, l´amore alla giustizia, la coscienza del diritto». Non c´è ombra di retorica in queste parole. Chi lo ha conosciuto sa bene che esse tracciano i confini del mondo al quale egli aspirava e per il quale lottò sino alla morte, da uomo, da grande scrittore, da impareggiabile maestro di vita.
Il corteo e la sinistra spezzata
di Curzio Maltese
[da la Repubblica di oggi]
A ROMA erano attese trecentomila persone e ne sono arrivate oltre un milione. Altri milioni hanno sfilato nelle piazze del mondo, da Sydney a New York, passando per Madrid. L´altra super potenza, l´opinione pubblica mondiale, è tornata in piazza a distanza di un anno e troppi morti. Avevano ragione allora a non volere la guerra. Che abbiano ragione o torto a chiedere oggi il ritiro immediato dall´Iraq, da qui comunque bisogna partire, dalla volontà di pace dei popoli.
O forse l´opinione pubblica mondiale non è Occidente? Soltanto i governi, anzi alcuni, tre o quattro, sempre meno? Se esiste un autentico valore dell´Occidente questo è l´opinione pubblica, la libertà di esprimersi, manifestare, criticare il potere, e la giornata di ieri ne ha dato una straordinaria prova.
E´ stata una bellissima e pacifica giornata, nonostante l´idiota assalto a Piero Fassino, promosso da un gruppetto di sfascisti che si sono meritati una reazione eccessiva da parte del servizio d´ordine e l´ovvia strumentalizzazione della destra e dei sottostanti telegiornali. Vista da vicino, l´aggressione alla delegazione Ds non sembrava la replica delle Termopili descritta da qualche mezzobusto.
Ma la cacciata di Fassino dal corteo, dopo soli cento metri, apre un interrogativo inquietante. Riuscirà il centrosinistra italiano a trasformare il tema della pace, determinante nelle vittorie socialiste in Germania e Spagna, nell´ennesima occasione di divisione e di sconfitta? Non è facile sulla carta ma l´impegno (a favore di Berlusconi) appare intenso e ben distribuito fra tutte le anime del centrosinistra. In prima fila i pacifisti con manganello, che sono l´ultimo travestimento dei black bloc. Quelli che se non ci fossero, i servizi segreti dovrebbero inventarli (come spesso fanno). Sullo sfondo tutti gli altri, gli intransigenti per il no alla guerra «senza se e senza ma» e gli inciucisti che a furia di "se" e di "ma" dimenticano il «no».
Piero Fassino ha ragione anche a rimproverare di scarsa lealtà, per non dire di peggio, gli alleati verdi, comunisti e dipietristi. Però è strano che non si chieda come mai, fuori dall´Inghilterra, soltanto in Italia un leader socialista debba andare a un corteo di pacifisti come a una visita sul fronte. Perché non è mai capitato a Zapatero, Schroeder o Fischer? Eppure Fassino dice la stessa cosa dei socialisti spagnoli, ritiro delle truppe senza la guida dell´Onu. E´ una domanda urgente perché alle elezioni mancano meno di tre mesi e il tema della pace, come ha dimostrato la Spagna, rischia di spostare milioni di voti. Nel caso italiano non da destra a sinistra ma dentro il centrosinistra.
E´ impossibile non accostare l´immagine del Circo Massimo coperto dall´arcobaleno con l´istantanea della solitaria passeggiata bipartisan di giovedì scorso al Campidoglio. Un flop annunciato, come ha previsto Berlusconi che si è ben guardato dal partecipare di persona. Il confronto fra le due manifestazioni chiarisce che l´unità nazionale e internazionale contro il terrorismo non si costruisce a prescindere dalla volontà popolare. Negli anni di piombo, dietro Berlinguer e Zaccagnini c´erano milioni d´italiani in piazza, una linea chiara e condivisa dalla maggioranza e anche un altro livello di civiltà politica. Nessuno allora si sarebbe sognato di definire Craxi «amico dei terroristi» perché non era d´accordo con il governo. Dietro la sfilata al Campidoglio c´erano soltanto gli agenti della Digos e i buoni consigli del cerchiobottismo nazionale.
Si tratta di partire dalla realtà che c´è e costruire il resto. La realtà oggi in Europa è fatta di un movimento per la pace che non smobilita, non è assolutamente identificabile con un pugno di anziani gruppettari ma nemmeno è disposto a firmare cambiali in bianco sulla guerra al terrorismo. In Germania e Spagna ha già rovesciato le previsioni elettorali, in Italia potrebbe farlo.
E´ un modo di essere europei che non significa essere anti americani, perché l´America non può essere il solo centro del mondo, la misura di tutto, al punto di dover disegnare uno steccato planetario fra «filo» e «anti». E´ il nuovo modo di essere europei, sereno e civile, dei milioni di manifestanti «contro il terrorismo» e «contro la guerra», nella convinzione che la democrazia si esporta meglio con l´esempio.
[da la Repubblica di oggi]
A ROMA erano attese trecentomila persone e ne sono arrivate oltre un milione. Altri milioni hanno sfilato nelle piazze del mondo, da Sydney a New York, passando per Madrid. L´altra super potenza, l´opinione pubblica mondiale, è tornata in piazza a distanza di un anno e troppi morti. Avevano ragione allora a non volere la guerra. Che abbiano ragione o torto a chiedere oggi il ritiro immediato dall´Iraq, da qui comunque bisogna partire, dalla volontà di pace dei popoli.
O forse l´opinione pubblica mondiale non è Occidente? Soltanto i governi, anzi alcuni, tre o quattro, sempre meno? Se esiste un autentico valore dell´Occidente questo è l´opinione pubblica, la libertà di esprimersi, manifestare, criticare il potere, e la giornata di ieri ne ha dato una straordinaria prova.
E´ stata una bellissima e pacifica giornata, nonostante l´idiota assalto a Piero Fassino, promosso da un gruppetto di sfascisti che si sono meritati una reazione eccessiva da parte del servizio d´ordine e l´ovvia strumentalizzazione della destra e dei sottostanti telegiornali. Vista da vicino, l´aggressione alla delegazione Ds non sembrava la replica delle Termopili descritta da qualche mezzobusto.
Ma la cacciata di Fassino dal corteo, dopo soli cento metri, apre un interrogativo inquietante. Riuscirà il centrosinistra italiano a trasformare il tema della pace, determinante nelle vittorie socialiste in Germania e Spagna, nell´ennesima occasione di divisione e di sconfitta? Non è facile sulla carta ma l´impegno (a favore di Berlusconi) appare intenso e ben distribuito fra tutte le anime del centrosinistra. In prima fila i pacifisti con manganello, che sono l´ultimo travestimento dei black bloc. Quelli che se non ci fossero, i servizi segreti dovrebbero inventarli (come spesso fanno). Sullo sfondo tutti gli altri, gli intransigenti per il no alla guerra «senza se e senza ma» e gli inciucisti che a furia di "se" e di "ma" dimenticano il «no».
Piero Fassino ha ragione anche a rimproverare di scarsa lealtà, per non dire di peggio, gli alleati verdi, comunisti e dipietristi. Però è strano che non si chieda come mai, fuori dall´Inghilterra, soltanto in Italia un leader socialista debba andare a un corteo di pacifisti come a una visita sul fronte. Perché non è mai capitato a Zapatero, Schroeder o Fischer? Eppure Fassino dice la stessa cosa dei socialisti spagnoli, ritiro delle truppe senza la guida dell´Onu. E´ una domanda urgente perché alle elezioni mancano meno di tre mesi e il tema della pace, come ha dimostrato la Spagna, rischia di spostare milioni di voti. Nel caso italiano non da destra a sinistra ma dentro il centrosinistra.
E´ impossibile non accostare l´immagine del Circo Massimo coperto dall´arcobaleno con l´istantanea della solitaria passeggiata bipartisan di giovedì scorso al Campidoglio. Un flop annunciato, come ha previsto Berlusconi che si è ben guardato dal partecipare di persona. Il confronto fra le due manifestazioni chiarisce che l´unità nazionale e internazionale contro il terrorismo non si costruisce a prescindere dalla volontà popolare. Negli anni di piombo, dietro Berlinguer e Zaccagnini c´erano milioni d´italiani in piazza, una linea chiara e condivisa dalla maggioranza e anche un altro livello di civiltà politica. Nessuno allora si sarebbe sognato di definire Craxi «amico dei terroristi» perché non era d´accordo con il governo. Dietro la sfilata al Campidoglio c´erano soltanto gli agenti della Digos e i buoni consigli del cerchiobottismo nazionale.
Si tratta di partire dalla realtà che c´è e costruire il resto. La realtà oggi in Europa è fatta di un movimento per la pace che non smobilita, non è assolutamente identificabile con un pugno di anziani gruppettari ma nemmeno è disposto a firmare cambiali in bianco sulla guerra al terrorismo. In Germania e Spagna ha già rovesciato le previsioni elettorali, in Italia potrebbe farlo.
E´ un modo di essere europei che non significa essere anti americani, perché l´America non può essere il solo centro del mondo, la misura di tutto, al punto di dover disegnare uno steccato planetario fra «filo» e «anti». E´ il nuovo modo di essere europei, sereno e civile, dei milioni di manifestanti «contro il terrorismo» e «contro la guerra», nella convinzione che la democrazia si esporta meglio con l´esempio.
20 marzo 2004
Mi chiedo
di Stefano Benni
[da il Manifesto del 20/3/2004]
Mi chiedo se non sarebbe corretto cambiare la definizione di «pacifisti» in «la maggioranza dei cittadini italiani contrari alla guerra». Mi chiedo, se è sensato e utile manifestare per la pace e penso, se il potere ogni volta ha un attacco isterico, allora deve essere anche più sensato e utile di quanto speravamo.
Mi chiedo se dopo che è stato dimostrato che l'Iraq non possedeva armi di sterminio, è più vile ritirarsi o è più vile accettare ogni menzogna e veleno di questa guerra.
Mi chiedo, se l'occupazione doveva riportare la pace in Iraq, perché si continua a morire più che in guerra. Se ciò è inevitabile, è frutto di incompetenza militare o è in parte pianificato.
Se l'Onu vuole esistere o continuare a lamentarsi che non esiste.
Se quello che dice il Papa sono gaffes.
Se tra i favorevoli alla guerra quanti sono onesti e convinti, quanti stanno soltanto dalla parte del più forte e quanti antimericani in più ci sarebbero stati se Saddam avesse vinto e fosse diventato il primo petroliere mondiale.
Mi chiedo perché c'è chi diventa pacifista solo quando sa che c'è la televisione a riprendere.
Mi chiedo se quelli che tirano sempre in ballo Hitler è perché temono un suo ritorno o perché rimpiangono i suoi metodi.
Mi chiedo se c'è già un rapporto sulle armi di sterminio di Prodi.
Mi chiedo perché Berlusconi non è ancora andato a Nassiriya e poi me lo spiego. Uno, che coraggio pretendete da uno che ha paura anche di affrontare Fassino? Due, sta aspettando la settimana prima delle elezioni. Tre, il caldo scioglie il fard.
Mi chiedo dove sono finiti Saddam Hussein, Osama e il mullah Omar e se sono già cominciati i provini per il nuovo Satana.
Mi chiedo dove trova tutti questi soldi Al Qaeda se ogni conto era stato bloccato, e come mai si fermano gli aerei per un passeggero sospetto e non si riesce a intercettare un solo carico di armi.
Mi chiedo perché è più facile trovare una tonnellata di esplosivo che un carciofo a buon prezzo.
Mi chiedo se quelli che ti dicono sottovoce che comunque una bomba sui treni a Madrid è un bel colpo contro l'America sono stupidi, sanguinari o ignoranti in geografia.
Mi chiedo quanti strateghi televisivi giocherebbero entusiasticamente coi soldatini e il plastico, se in studio ci fossero i parenti dei soldati.
Mi chiedo se quando andrò a votare, voterò per il nuovo parlamento o per un rinnovo di consiglio aziendale.
Se dopo il voto resterò un cittadino sia nella maggioranza sia nella minoranza.
Se adesso che la Fininvest si è salvata dai debiti scenderanno in campo anche la Tim, la Fiat e il campionato di calcio. Il Bingo sappiamo già che si presenterà.
Se un premier che ha mandato Previti a corrompere i giudici tra tre anni deve ripresentarsi alle urne o al commissariato.
Se un premier che controlla il novanta per cento dell'informazione strilla contro il restante dieci per cento, che bella opinione ha della verità delle sue idee.
Mi chiedo se la sinistra istituzionale comincerà a chiamare le cose col suo nome una settimana prima delle elezioni, oppure la settimana dopo, o mai.
Se non si parla più delle Pidue perché ormai è tutta al governo o perché non è più di moda.
Mi chiedo, avendo quasi cento parlamentari la fedina penale sporca, se non sarebbe meglio sostituire l'obsoleto termine di onorevole col moderno termine di riciclabile. Il riciclabile Dell'Utri, parlando con il riciclabile Pomicino....
Mi chiedo perché la sinistra non ha il coraggio di togliere dalla liste persone che hanno la fedina penale sporca. Mi chiedo perché nessuno parla delle tangenti di Tanzi.
Mi chiedo a chi serve pensare che la magistratura è un monolito e non un istituzione complessa e contradditoria, fatta di toghe rosse, subumani antropologicamente inferiori, collusi con la mafia, corrotti , piduisti, e uomini onesti che rischiano la vita.
Mi chiedo perché ogni giorno qualcuno mi dice che Sofri sta per uscire, e Sofri è sempre dentro.
Mi chiedo perché i banchieri hanno problemi cardiaci al momento dell'arresto e gli extracomunitari mai.
Mi chiedo perché dopo cinquant'anni di stragi senza un colpevole né sinistra né destra vogliono aprire i dossier segreti. Se è perché ci ritengono poco maturi o troppo maturi per giudicare.
Mi chiedo quando vado in banca se sto consegnando i miei risparmi a una grande mamma premurosa o sto finanziando qualche bancarottiere.
Mi chiedo se di questi tempi ha senso parlare di cultura e rispondo sì, perché questo governo ha una paura fottuta di ogni forma di intelligenza.
Mi chiedo se Goebbles avrebbe detto «quando sento la parola cultura metto mano al telecomando».
Mi chiedo perché nessuno dice che la televisione sta perdendo ascolto e i libri e le biblioteche resistono benissimo.
Mi chiedo perché siamo l'unica televisione in Europa che non ha una vera trasmissione per i libri.
Mi chiedo: se Vespa è il primo piano, chissà che schifo è il pianterreno.
Mi chiedo se è Baget Bozzo ad aver ispirato Jabba di Guerre Stellari, o viceversa.
Mi chiedo come fanno i ragazzi a essere se stessi se la riforma scolastica gli viene presentata da due cyborg liftati, patinati e cotonati come Silvio e Letizia.
Mi chiedo se la società Autostrade dà un Viacard per due mesi agli automobilisti rimasti bloccati per ore nella neve, se li sta prendendo per il culo o sta cercando di dargli il colpo di grazia.
Mi chiedo se faranno prima il ponte di Messina o la bretella di Mestre.
Mi chiedo quando rifaranno un cellulare che serve solo per telefonare.
Mi chiedo se i cortei per la pace sono più veloci o io sono diventato più vecchio.
Mi chiedo cosa avrebbe scritto oggi Luigi Pintor.
Mi chiedo quanto continueremo a definire anomalo un clima ormai normalmente disastroso.
Mi chiedo se un documento di settecento grandi scienziati che prevede il collasso della terra entro cinquant'anni è meno importante di una pieno di benzina.
Mi chiedo se dobbiamo clonare gli uomini o migliorare i prototipi.
Se non sarebbe meglio ammettere che non esiste un Dio ma tante idee di Dio, non un terrorismo ma cento terrorismi, e che ogni guerra è diversa dall'altra, ma abbiamo un mondo solo.
Mi chiedo se il decimo pianeta recentemente scoperto, non sia quello pronto a sostituirci.
(stefano benni)
[da il Manifesto del 20/3/2004]
Mi chiedo se non sarebbe corretto cambiare la definizione di «pacifisti» in «la maggioranza dei cittadini italiani contrari alla guerra». Mi chiedo, se è sensato e utile manifestare per la pace e penso, se il potere ogni volta ha un attacco isterico, allora deve essere anche più sensato e utile di quanto speravamo.Mi chiedo se dopo che è stato dimostrato che l'Iraq non possedeva armi di sterminio, è più vile ritirarsi o è più vile accettare ogni menzogna e veleno di questa guerra.
Mi chiedo, se l'occupazione doveva riportare la pace in Iraq, perché si continua a morire più che in guerra. Se ciò è inevitabile, è frutto di incompetenza militare o è in parte pianificato.
Se l'Onu vuole esistere o continuare a lamentarsi che non esiste.
Se quello che dice il Papa sono gaffes.
Se tra i favorevoli alla guerra quanti sono onesti e convinti, quanti stanno soltanto dalla parte del più forte e quanti antimericani in più ci sarebbero stati se Saddam avesse vinto e fosse diventato il primo petroliere mondiale.
Mi chiedo perché c'è chi diventa pacifista solo quando sa che c'è la televisione a riprendere.
Mi chiedo se quelli che tirano sempre in ballo Hitler è perché temono un suo ritorno o perché rimpiangono i suoi metodi.
Mi chiedo se c'è già un rapporto sulle armi di sterminio di Prodi.
Mi chiedo perché Berlusconi non è ancora andato a Nassiriya e poi me lo spiego. Uno, che coraggio pretendete da uno che ha paura anche di affrontare Fassino? Due, sta aspettando la settimana prima delle elezioni. Tre, il caldo scioglie il fard.
Mi chiedo dove sono finiti Saddam Hussein, Osama e il mullah Omar e se sono già cominciati i provini per il nuovo Satana.
Mi chiedo dove trova tutti questi soldi Al Qaeda se ogni conto era stato bloccato, e come mai si fermano gli aerei per un passeggero sospetto e non si riesce a intercettare un solo carico di armi.
Mi chiedo perché è più facile trovare una tonnellata di esplosivo che un carciofo a buon prezzo.
Mi chiedo se quelli che ti dicono sottovoce che comunque una bomba sui treni a Madrid è un bel colpo contro l'America sono stupidi, sanguinari o ignoranti in geografia.
Mi chiedo quanti strateghi televisivi giocherebbero entusiasticamente coi soldatini e il plastico, se in studio ci fossero i parenti dei soldati.
Mi chiedo se quando andrò a votare, voterò per il nuovo parlamento o per un rinnovo di consiglio aziendale.
Se dopo il voto resterò un cittadino sia nella maggioranza sia nella minoranza.
Se adesso che la Fininvest si è salvata dai debiti scenderanno in campo anche la Tim, la Fiat e il campionato di calcio. Il Bingo sappiamo già che si presenterà.
Se un premier che ha mandato Previti a corrompere i giudici tra tre anni deve ripresentarsi alle urne o al commissariato.
Se un premier che controlla il novanta per cento dell'informazione strilla contro il restante dieci per cento, che bella opinione ha della verità delle sue idee.
Mi chiedo se la sinistra istituzionale comincerà a chiamare le cose col suo nome una settimana prima delle elezioni, oppure la settimana dopo, o mai.
Se non si parla più delle Pidue perché ormai è tutta al governo o perché non è più di moda.
Mi chiedo, avendo quasi cento parlamentari la fedina penale sporca, se non sarebbe meglio sostituire l'obsoleto termine di onorevole col moderno termine di riciclabile. Il riciclabile Dell'Utri, parlando con il riciclabile Pomicino....
Mi chiedo perché la sinistra non ha il coraggio di togliere dalla liste persone che hanno la fedina penale sporca. Mi chiedo perché nessuno parla delle tangenti di Tanzi.
Mi chiedo a chi serve pensare che la magistratura è un monolito e non un istituzione complessa e contradditoria, fatta di toghe rosse, subumani antropologicamente inferiori, collusi con la mafia, corrotti , piduisti, e uomini onesti che rischiano la vita.
Mi chiedo perché ogni giorno qualcuno mi dice che Sofri sta per uscire, e Sofri è sempre dentro.
Mi chiedo perché i banchieri hanno problemi cardiaci al momento dell'arresto e gli extracomunitari mai.
Mi chiedo perché dopo cinquant'anni di stragi senza un colpevole né sinistra né destra vogliono aprire i dossier segreti. Se è perché ci ritengono poco maturi o troppo maturi per giudicare.
Mi chiedo quando vado in banca se sto consegnando i miei risparmi a una grande mamma premurosa o sto finanziando qualche bancarottiere.
Mi chiedo se di questi tempi ha senso parlare di cultura e rispondo sì, perché questo governo ha una paura fottuta di ogni forma di intelligenza.
Mi chiedo se Goebbles avrebbe detto «quando sento la parola cultura metto mano al telecomando».
Mi chiedo perché nessuno dice che la televisione sta perdendo ascolto e i libri e le biblioteche resistono benissimo.
Mi chiedo perché siamo l'unica televisione in Europa che non ha una vera trasmissione per i libri.
Mi chiedo: se Vespa è il primo piano, chissà che schifo è il pianterreno.
Mi chiedo se è Baget Bozzo ad aver ispirato Jabba di Guerre Stellari, o viceversa.
Mi chiedo come fanno i ragazzi a essere se stessi se la riforma scolastica gli viene presentata da due cyborg liftati, patinati e cotonati come Silvio e Letizia.
Mi chiedo se la società Autostrade dà un Viacard per due mesi agli automobilisti rimasti bloccati per ore nella neve, se li sta prendendo per il culo o sta cercando di dargli il colpo di grazia.
Mi chiedo se faranno prima il ponte di Messina o la bretella di Mestre.
Mi chiedo quando rifaranno un cellulare che serve solo per telefonare.
Mi chiedo se i cortei per la pace sono più veloci o io sono diventato più vecchio.
Mi chiedo cosa avrebbe scritto oggi Luigi Pintor.
Mi chiedo quanto continueremo a definire anomalo un clima ormai normalmente disastroso.
Mi chiedo se un documento di settecento grandi scienziati che prevede il collasso della terra entro cinquant'anni è meno importante di una pieno di benzina.
Mi chiedo se dobbiamo clonare gli uomini o migliorare i prototipi.
Se non sarebbe meglio ammettere che non esiste un Dio ma tante idee di Dio, non un terrorismo ma cento terrorismi, e che ogni guerra è diversa dall'altra, ma abbiamo un mondo solo.
Mi chiedo se il decimo pianeta recentemente scoperto, non sia quello pronto a sostituirci.
(stefano benni)
18 marzo 2004
Una destra cialtrona
16 marzo 2004
Senso
da Il Pallone d'Achille
di Mike
Loto dalla terra sboccio da una veglia,
sfalsato da un vuoto che non pretendo
colo languido lungo la tua voglia
sfogando il mio legame d'onesto lembo.
Onda senza schiuma in cerca d'una sponda,
rauca la mia lingua orchestra una scommessa:
mi trascina al suono d'un corpo che affonda
ruvida chiazza al palio d'erba grezza.

Placami la carie destinata ad intarsiarti,
fermami le scapole ad un passo dall'altare
suonami le natiche come genio da sfregarmi
e lasciami serpente squamarmi la mia pelle.
Sbieco al fondo d'un vicolo torbo e cieco
a tentoni mi cerco in un profilo ben più stretto
di me non è il contorno d'un corpo che chiedo
ma l'essenza ansimata d'affanno in fuga da un letto.
15 marzo 2004
La mia posizione (se proprio vi interessa)
da Leonardo
di Davide Ognibene
Ci sono momenti, come questi, in cui preferirei non averne una: guardarmi intorno, ascoltare la radio, leggere i giornali, navigare, essere libero di non avere opinioni o averle tutte. Invece ho una posizione.
Non l’ho da oggi, l’ho presa da un po’, è stato un lungo processo di avvicinamento, finché alla fine io ho trovato lei e lei ho trovato me, e adesso non mi resta che tenere la mia posizione – proprio come si fa nelle battaglie. Qualsiasi cosa succede, non ci si sposta più. Si dovrebbe strisciare, ed è comunque molto pericoloso. Indietro non si torna. E non si cambia più idea, avete notato? Conoscete qualcuno in grado di cambiare idea? Presentatemelo. A pensarci, è incredibile la coerenza che c’è in giro. Crolli il mondo – e il mondo sta crollando – noi teniamo la posizione.
Grosso modo la scena è la seguente: fautori della Guerra contro il Terrorismo e detrattori del Nuovo Imperialismo Americano. I primi rinfacciano ai secondi di essere contro la democrazia, i secondi ribattono che è tutta una messinscena per petrolio e materie prime. Gli argomenti sono questi, e tutto sommato non abbiamo più niente da dirci. Davvero. È da mesi che non ci stiamo più dicendo niente. Ci stiamo soltanto palleggiando prove di seconda mano, il detenuto di Guantanamo che mangia il bigmac contro i dossier farlocchi sulle armi di distruzione di massa. È uno spettacolo un po’ osceno, tutto sommato.
Ora, la notizia – la sapete – è che sono morte 200 persone a Madrid. Questo dovrebbe far cambiare idea a qualcuno? E a chi?
Vediamo. La notizia potrebbe far pensare ai fautori della Guerra al Terrorismo che questa guerra la stiamo perdendo, visto che a 30 mesi esatti dall’11 settembre in Europa (e in Medio Oriente, e in Afganistan) siamo meno sicuri che mai. Che forse varrebbe la pena di ricominciare da capo su basi diverse. Smettere di giocare al conflitto di civiltà come se fosse una sciocchezza che si può accendere e spegnere qua e là senza rimanere mai bruciati. Riflettere su cosa significa pretendere di esportare la democrazia senza ridistribuire la ricchezza (significa creare nazionalismi e populismi, il Novecento ce ne ha mostrati tanti). Ma un ripensamento del genere significherebbe ammettere che si ha avuto torto: strisciare, mandare a casa Bush e la sua cricca (e Berlusconi, e Aznar…) Non lo faranno mai. Terranno la posizione. Alcuni sono pagati per farlo, altri no. Solidarietà con gli ingenui, pietà per i venduti. E dall’altra parte?
Dall’altra parte ci sono anche io, e francamente non so cosa dovrei concedere. Anche perché non mi è rimasto niente. Non sono un gandhiano, ma non apprezzo lo strapotere degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale. Quando dopo l’11 settembre è scoppiata la Giustizia Infinita, io mi sono opposto non perché avessi simpatia per i Talebani o per Saddam Hussein – su di loro, anzi, sono disposto a credere alle storie più bieche che sono state raccontate. No. Pensavo che creare nuovi focolai di guerra non fosse un modo di risolvere il problema. Ora, non è che i fatti mi diano ragione, (di sicuro non mi danno torto). I fatti, semplicemente, hanno preso una piega diversa: George Bush ha dichiarato guerra all’Islam, contro la mia opinione. Fatti suoi, non fosse che in mezzo ci sono io, che vivo in Europa e a volte prendo il treno. Devo anche chiedere scusa? Al massimo posso ammettere di non avere, io, ricette per salvare il mondo. Miliardi di persone vivono in regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e io non so cosa farci. La mia posizione, da questo punto di vista, è molto debole. Ma è la mia posizione.
Il fatto che siamo tutti scivolati dentro queste posizioni ci fa spesso assumere atteggiamenti e dire cose che in futuro ci sembreranno riprovevoli. Tanto peggio per il futuro. Per esempio: su Nassiriya sarei portato a pensarla come Pfaall: non dovevano andare, ma adesso non possono tornare. Né gli italiani né gli americani né i polacchi o gli inglesi. Non si può disfare tutto e poi dire scusate ora ci leviamo di torno. (Grosso modo è la posizione del centrosinistra italiano). Insomma: devono tenere la posizione. Lo dice la logica, lo dice il buonsenso. Perciò stavo pensando di non partecipare alle manifestazioni del 20 marzo.
Poi ho pensato a una cosa. Che il motivo per cui tanti pacifisti sfileranno il 20 marzo, è esattamente lo stesso per cui i carabinieri dovrebbero restare a Nassiriya: tenere la posizione. Altrimenti, ci faremo tirare per la giacchetta in eterno. Come D’Alema, come Fassino, come questi dirigenti del centrosinistra che si credono di avere il coraggio degli statisti, e invece si fanno suonare come pifferi dal primo imbonitore, cabarettista e pianista da pianobar. Dire “Senza Se e Senza Ma” è un altro modo per dire, (come recita uno striscione spagnolo visto in questi giorni): “non siamo mica scemi”. Altrimenti continueremo a essere contro la guerra ma a permettere che, per motivi di buonsenso, i nostri concittadini siano impegnati su tutti i fronti del mondo. A un certo punto non si può più essere ragionevoli. Non si può più essere sfumati. Bisogna dire no e basta. Senza se, senza ma, senza buonsenso I carabinieri di Nassiriya sono andati a farsi sacrificare in una base che non poteva difenderli, anche per tutelare gli interessi della compagnia petrolifera italiana. Non si fa un torto a loro, né ai loro cari, chiedendo il ritiro immediato del contingente. Si fa semplicemente il proprio dovere di pacifisti. Questa guerra l’Italia non l’ha mai dichiarata, ma – come tante altre volte, dal Corno d’Africa in poi – pretende di farcela ingoiare un po’ alla volta, con un po’ di lacrime ogni tanto per mandarla giù. No. Non nel nostro nome. Così penso che ci andrò, il 20 marzo.
Il 18 marzo, no, non vedo proprio perché. Dovrei manifestare contro il terrorismo? Ma questo terrorismo non teme certo le nostre manifestazioni: non mira a sollevare le masse, mira ad annientarle: vederne un po’ in tv non farà che solleticare il suo appetito. (Come ai tempi della peste nera si facevano processioni religiose: forse che il contagio diminuiva?) Peraltro, non c’è nulla di male nello scendere in piazza per dire di no a qualcosa: siamo in un regime libero. Andateci voi, allora, tenete la vostra posizione. I vostri argomenti li capisco, in parte, astrattamente, potrei persino condividerli: ma il tempo delle discussioni ragionate è finito da un pezzo. Ora è il tempo degli urli, delle lacrime e dei risolini. Voi avete la vostra posizione, io la mia, la prossima settimana andremo alla conta. Non vi sembri una sfida, lo dico con molta stanchezza: vincere o perdere a questo punto non m’interessa. Forse m’interessa tenere soltanto – in maniera se possibile dignitosa – la mia posizione.
(“Ma la tua allora è una scelta identitaria!”
Temo di sì).
di Davide Ognibene
Ci sono momenti, come questi, in cui preferirei non averne una: guardarmi intorno, ascoltare la radio, leggere i giornali, navigare, essere libero di non avere opinioni o averle tutte. Invece ho una posizione.Non l’ho da oggi, l’ho presa da un po’, è stato un lungo processo di avvicinamento, finché alla fine io ho trovato lei e lei ho trovato me, e adesso non mi resta che tenere la mia posizione – proprio come si fa nelle battaglie. Qualsiasi cosa succede, non ci si sposta più. Si dovrebbe strisciare, ed è comunque molto pericoloso. Indietro non si torna. E non si cambia più idea, avete notato? Conoscete qualcuno in grado di cambiare idea? Presentatemelo. A pensarci, è incredibile la coerenza che c’è in giro. Crolli il mondo – e il mondo sta crollando – noi teniamo la posizione.
Grosso modo la scena è la seguente: fautori della Guerra contro il Terrorismo e detrattori del Nuovo Imperialismo Americano. I primi rinfacciano ai secondi di essere contro la democrazia, i secondi ribattono che è tutta una messinscena per petrolio e materie prime. Gli argomenti sono questi, e tutto sommato non abbiamo più niente da dirci. Davvero. È da mesi che non ci stiamo più dicendo niente. Ci stiamo soltanto palleggiando prove di seconda mano, il detenuto di Guantanamo che mangia il bigmac contro i dossier farlocchi sulle armi di distruzione di massa. È uno spettacolo un po’ osceno, tutto sommato.
Ora, la notizia – la sapete – è che sono morte 200 persone a Madrid. Questo dovrebbe far cambiare idea a qualcuno? E a chi?
Vediamo. La notizia potrebbe far pensare ai fautori della Guerra al Terrorismo che questa guerra la stiamo perdendo, visto che a 30 mesi esatti dall’11 settembre in Europa (e in Medio Oriente, e in Afganistan) siamo meno sicuri che mai. Che forse varrebbe la pena di ricominciare da capo su basi diverse. Smettere di giocare al conflitto di civiltà come se fosse una sciocchezza che si può accendere e spegnere qua e là senza rimanere mai bruciati. Riflettere su cosa significa pretendere di esportare la democrazia senza ridistribuire la ricchezza (significa creare nazionalismi e populismi, il Novecento ce ne ha mostrati tanti). Ma un ripensamento del genere significherebbe ammettere che si ha avuto torto: strisciare, mandare a casa Bush e la sua cricca (e Berlusconi, e Aznar…) Non lo faranno mai. Terranno la posizione. Alcuni sono pagati per farlo, altri no. Solidarietà con gli ingenui, pietà per i venduti. E dall’altra parte?
Dall’altra parte ci sono anche io, e francamente non so cosa dovrei concedere. Anche perché non mi è rimasto niente. Non sono un gandhiano, ma non apprezzo lo strapotere degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale. Quando dopo l’11 settembre è scoppiata la Giustizia Infinita, io mi sono opposto non perché avessi simpatia per i Talebani o per Saddam Hussein – su di loro, anzi, sono disposto a credere alle storie più bieche che sono state raccontate. No. Pensavo che creare nuovi focolai di guerra non fosse un modo di risolvere il problema. Ora, non è che i fatti mi diano ragione, (di sicuro non mi danno torto). I fatti, semplicemente, hanno preso una piega diversa: George Bush ha dichiarato guerra all’Islam, contro la mia opinione. Fatti suoi, non fosse che in mezzo ci sono io, che vivo in Europa e a volte prendo il treno. Devo anche chiedere scusa? Al massimo posso ammettere di non avere, io, ricette per salvare il mondo. Miliardi di persone vivono in regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e io non so cosa farci. La mia posizione, da questo punto di vista, è molto debole. Ma è la mia posizione.
Il fatto che siamo tutti scivolati dentro queste posizioni ci fa spesso assumere atteggiamenti e dire cose che in futuro ci sembreranno riprovevoli. Tanto peggio per il futuro. Per esempio: su Nassiriya sarei portato a pensarla come Pfaall: non dovevano andare, ma adesso non possono tornare. Né gli italiani né gli americani né i polacchi o gli inglesi. Non si può disfare tutto e poi dire scusate ora ci leviamo di torno. (Grosso modo è la posizione del centrosinistra italiano). Insomma: devono tenere la posizione. Lo dice la logica, lo dice il buonsenso. Perciò stavo pensando di non partecipare alle manifestazioni del 20 marzo.
Poi ho pensato a una cosa. Che il motivo per cui tanti pacifisti sfileranno il 20 marzo, è esattamente lo stesso per cui i carabinieri dovrebbero restare a Nassiriya: tenere la posizione. Altrimenti, ci faremo tirare per la giacchetta in eterno. Come D’Alema, come Fassino, come questi dirigenti del centrosinistra che si credono di avere il coraggio degli statisti, e invece si fanno suonare come pifferi dal primo imbonitore, cabarettista e pianista da pianobar. Dire “Senza Se e Senza Ma” è un altro modo per dire, (come recita uno striscione spagnolo visto in questi giorni): “non siamo mica scemi”. Altrimenti continueremo a essere contro la guerra ma a permettere che, per motivi di buonsenso, i nostri concittadini siano impegnati su tutti i fronti del mondo. A un certo punto non si può più essere ragionevoli. Non si può più essere sfumati. Bisogna dire no e basta. Senza se, senza ma, senza buonsenso I carabinieri di Nassiriya sono andati a farsi sacrificare in una base che non poteva difenderli, anche per tutelare gli interessi della compagnia petrolifera italiana. Non si fa un torto a loro, né ai loro cari, chiedendo il ritiro immediato del contingente. Si fa semplicemente il proprio dovere di pacifisti. Questa guerra l’Italia non l’ha mai dichiarata, ma – come tante altre volte, dal Corno d’Africa in poi – pretende di farcela ingoiare un po’ alla volta, con un po’ di lacrime ogni tanto per mandarla giù. No. Non nel nostro nome. Così penso che ci andrò, il 20 marzo.
Il 18 marzo, no, non vedo proprio perché. Dovrei manifestare contro il terrorismo? Ma questo terrorismo non teme certo le nostre manifestazioni: non mira a sollevare le masse, mira ad annientarle: vederne un po’ in tv non farà che solleticare il suo appetito. (Come ai tempi della peste nera si facevano processioni religiose: forse che il contagio diminuiva?) Peraltro, non c’è nulla di male nello scendere in piazza per dire di no a qualcosa: siamo in un regime libero. Andateci voi, allora, tenete la vostra posizione. I vostri argomenti li capisco, in parte, astrattamente, potrei persino condividerli: ma il tempo delle discussioni ragionate è finito da un pezzo. Ora è il tempo degli urli, delle lacrime e dei risolini. Voi avete la vostra posizione, io la mia, la prossima settimana andremo alla conta. Non vi sembri una sfida, lo dico con molta stanchezza: vincere o perdere a questo punto non m’interessa. Forse m’interessa tenere soltanto – in maniera se possibile dignitosa – la mia posizione.
(“Ma la tua allora è una scelta identitaria!”
Temo di sì).
14 marzo 2004
Il terrorismo non si vince con la guerra
di Giorgio Boratto
Il terrorismo non si vince con la guerra. Il terrorismo si alimenta della
guerra, vive nella guerra e prelude a nuove guerre. L'impeto che crea il
terrorismo, la sua vigliacca e criminale distruzione di vite e cose, è di
vendetta, di reazione violenta, di nuovo odio. Certo che gli animali che
compiono attentati nascondendosi dietro a sigle, hanno storicamente sempre
perso poiché portatori di valori di morte e di sopraffazione per quelli che
considerano i nemici politici, che poi in sostanza sono sempre gli onesti
avversari e gli inermi cittadini.
In Italia abbiamo conosciuto il terrorismo delle BR, dei NAR, dei gruppi
fascisti e golpisti: criminali che ora possiamo vedere scontare pene
accessorie in associazioni di volontariato…Solo la pietà e la speranza di
ritrovare un'umanità offuscata dal fanatismo può salvarci ogni volta tutti.
Tutti insieme.
Perciò ancora e sempre un dialogo mai interrotto può farci conoscere e,
guardandoci negli occhi, credere che la vita ogni volta ha un senso
superiore alle nostre piccole e limitate visioni cui noi diamo un valore
assoluto.
Ecco allora, con la forza della nostra unità nel ribadire pace e umanità, i
corvi non prevarranno: la loro miseria e morte rimarranno per loro solo.
Il terrorismo non si vince con la guerra. Il terrorismo si alimenta della
guerra, vive nella guerra e prelude a nuove guerre. L'impeto che crea il
terrorismo, la sua vigliacca e criminale distruzione di vite e cose, è di
vendetta, di reazione violenta, di nuovo odio. Certo che gli animali che
compiono attentati nascondendosi dietro a sigle, hanno storicamente sempre
perso poiché portatori di valori di morte e di sopraffazione per quelli che
considerano i nemici politici, che poi in sostanza sono sempre gli onesti
avversari e gli inermi cittadini.
In Italia abbiamo conosciuto il terrorismo delle BR, dei NAR, dei gruppi
fascisti e golpisti: criminali che ora possiamo vedere scontare pene
accessorie in associazioni di volontariato…Solo la pietà e la speranza di
ritrovare un'umanità offuscata dal fanatismo può salvarci ogni volta tutti.
Tutti insieme.
Perciò ancora e sempre un dialogo mai interrotto può farci conoscere e,
guardandoci negli occhi, credere che la vita ogni volta ha un senso
superiore alle nostre piccole e limitate visioni cui noi diamo un valore
assoluto.
Ecco allora, con la forza della nostra unità nel ribadire pace e umanità, i
corvi non prevarranno: la loro miseria e morte rimarranno per loro solo.
Alla prossima volta
da bombay
L’ho girata la Spagna, sì, l’ho girata in lungo e in largo. Più volte.
La prima volta ci andai l’estate seguente alla maturità, avevo 19 anni. Eravamo cinque uomini. Cinque amici in due macchine che seminavano il panico. Un panico fatto di sbronze, partite a pallone, bagni, scherzi, fughe dai ristoranti senza pagare, abbordaggi.
Una tappa di quel viaggio fu Calpe. Stazione balneare a sud di Peniscola Castillo Papa de Luna. Un paese diviso in due da un grande promontorio sul mare. A destra spiaggia, a sinistra spiaggia. Ci fermammo lì per tre giorni.
A Calpe c’era una discoteca, il Comix, che frequentammo tutte le sere. Non avevamo tanti soldi ed entravamo scavalcando una rete. Ci andò sempre bene. La terza sera che ci andammo ero deciso a imbroccare.
Vedo questa ragazza, bellissima: mora, carnagione abbronzatissima, occhi neri e intensi... moreschi. Mi avvicino, mi presento e iniziamo a chiacchierare. Si chiama Maria, 18 anni, di Madrid. È socievole, simpatica, brillante. Dice di essere lì con altre tre sue amiche. Il mio piano è semplice: confonderla con la parlantina italiana, bere assieme a lei a più non posso e poi colpire. Ma prima di far ubriacare una spagnola ce ne vuole...
Iniziai a offrirle un drink dietro l’altro mentre io la seguivo a gintonic. Rimaneva lucida. Sì, forse un po’ più allegra. Ma sempre lucida. Mi ricordo che stavo spendendo l’impossibile... Poi vedo che i baristi del locale indossano magliette che riportano sulla schiena il nome della discoteca, e davanti due cuori. Chiedo se si possono comprare. Mi rispondono picche. Insisto e alla fine l’ho vinta. Ne prendo due. Ritorno da Maria che mi aspettava vicino ai bordi della pista. Le consegno l’ennesimo drink e poi le porgo la maglietta. Mi fa un gran sorriso. Ci allontaniamo un po’ dalla folla. E sotto le stelle, finalmente, ci baciamo.
Dopo poco arrivano le amiche e, con mio gran disappunto, se la portano via.
Non ho più saputo nulla di Maria. Non ho più visto quei suoi incredibili occhioni.
Sono trascorsi 11 anni, ma ancora oggi ho quella maglietta. E la scorsa notte ci ho dormito.
Ciao Maria, spero tu stia bene.
L’ho girata la Spagna, sì, l’ho girata in lungo e in largo. Più volte.La prima volta ci andai l’estate seguente alla maturità, avevo 19 anni. Eravamo cinque uomini. Cinque amici in due macchine che seminavano il panico. Un panico fatto di sbronze, partite a pallone, bagni, scherzi, fughe dai ristoranti senza pagare, abbordaggi.
Una tappa di quel viaggio fu Calpe. Stazione balneare a sud di Peniscola Castillo Papa de Luna. Un paese diviso in due da un grande promontorio sul mare. A destra spiaggia, a sinistra spiaggia. Ci fermammo lì per tre giorni.
A Calpe c’era una discoteca, il Comix, che frequentammo tutte le sere. Non avevamo tanti soldi ed entravamo scavalcando una rete. Ci andò sempre bene. La terza sera che ci andammo ero deciso a imbroccare.
Vedo questa ragazza, bellissima: mora, carnagione abbronzatissima, occhi neri e intensi... moreschi. Mi avvicino, mi presento e iniziamo a chiacchierare. Si chiama Maria, 18 anni, di Madrid. È socievole, simpatica, brillante. Dice di essere lì con altre tre sue amiche. Il mio piano è semplice: confonderla con la parlantina italiana, bere assieme a lei a più non posso e poi colpire. Ma prima di far ubriacare una spagnola ce ne vuole...
Iniziai a offrirle un drink dietro l’altro mentre io la seguivo a gintonic. Rimaneva lucida. Sì, forse un po’ più allegra. Ma sempre lucida. Mi ricordo che stavo spendendo l’impossibile... Poi vedo che i baristi del locale indossano magliette che riportano sulla schiena il nome della discoteca, e davanti due cuori. Chiedo se si possono comprare. Mi rispondono picche. Insisto e alla fine l’ho vinta. Ne prendo due. Ritorno da Maria che mi aspettava vicino ai bordi della pista. Le consegno l’ennesimo drink e poi le porgo la maglietta. Mi fa un gran sorriso. Ci allontaniamo un po’ dalla folla. E sotto le stelle, finalmente, ci baciamo.
Dopo poco arrivano le amiche e, con mio gran disappunto, se la portano via.
Non ho più saputo nulla di Maria. Non ho più visto quei suoi incredibili occhioni.
Sono trascorsi 11 anni, ma ancora oggi ho quella maglietta. E la scorsa notte ci ho dormito.
Ciao Maria, spero tu stia bene.
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TerrexPietro
Cronache di un viaggio senza meta
di Pietro Busalacchi
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