09 febbraio 2004
Religione e religiosità
di NORBERTO BOBBIO
[da MicroMega n°2/2000 e MicroMega n°1/2004]
Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell'uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all'immensità dell'universo. L'unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione - perché non lo ripeterò mai abbastanza: non sono un uomo di fede, avere la fede è qualcosa che appartiene a un mondo che non è il mio - è semmai che io vivo il senso del mistero che evidentemente è comune tanto all'uomo di ragione che ll'uomo di fede.
Con la differenza che l'uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall'alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamentale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità.
La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione, e sono limiti davvero angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi, mentre, volendo percorrere la strada che penetra nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo, più sappiamo di non sapere. Qualsiasi scienziato ti dirà che più sa e più scopre di non sapere. Credevano di sapere di più gli anticlii, che non sapevano niente al confronto di quello che sappiamo noi. Abbiamo allargato enormemente lo spazio della nostra conoscenza, ma più lo allarghiamo più ci rendiamo conto che questo spazio è grande. Cos'è il cosmo? Cosa sappiamo del cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all'essere?
E una domanda tradizionale, ma io non ho la risposta: perché l'essere e non piuttosto il nulla? Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima, se non per fede. Secondo Severino l'essere è infinito, l'essere c'è. Ma non è che così siamo in grado di capire cosa c'era prima. E impossibile. E di fronte alle domande cui è impossibile dare una risposta - perché di questo sono certo: non posso dare una risposta, benché appartenga ad una umanità che ha realizzato progressi enormi - mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo. E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe
fare una certa filosofìa analitica, mi pare un gioco di parole.
Probabilmente dipende dalla mia incapacità di andare al di là. Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto.
E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata - e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo «la mia religiosità». Non so se è giusto, ma in fondo coincide con quello che pensano le persone religiose di fronte al mistero. Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo dubitare continuo, a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze, come quella nella immortalità dell'anima. Io però, il fondo religioso della mia persona continuo a intenderlo come questo non sapere.
Ed è un fondo religioso che mi assilla, mi agita, mi tormenta. Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il non credente (cosa vuoi dire poi credere? In che cosa?), ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c'è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il non credente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!). Qualcuno dice: «sono ateo», ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino.
La risposta della fede è consolatoria. Ma le religioni non hanno solo una funzione consolatoria. Hanno anche la funzione di «rivelare» verità su problemi cui il comune sapere non arriva: la creazione, l'immortalità dell anima. Risposte consolatorie, ma non solo: risposte a domande che ciascuno si pone sulla soglia della morte. Io la mia risposta l'ho data, con le poche «convinzioni» che ho. Perché le mie sono le «convinzioni» di un uomo che costantemente passa dal dubbio alla verità e di nuovo al dubbio.
Io non credo. Arrivato ad un'età in cui si sente che la fine è vicina, se devo ascoltare me stesso, e dare una risposta personale, l'unico desiderio che ho, l'unico bisogno., non è certo quello dell'immortalità, è quello di morire in santa pace: il riposo eterno è ciò in cui spero. Non voglio risvegliarmi. Ma anche questo, in fondo, coincide profondamente con la religione: «requiem aeternam dona eis Domine!», sta scritto sul frontone di ogni cimitero.
Anch'io sono cresciuto, come quasi tutti in questo paese, in una famiglia cattolica, e ho avuto una formazione cattolica. Preghiere, preghiere, preghiere... Le ho talmente ripetute (sia in latino, come si usava una volta, sia in italiano) che le ho quasi dimenticate. Ho fatto la prima comunione, e anche un matrimonio religioso (anche mia moglie però non è credente). E alla domanda su quando e perché ho perduto la fede non è facile rispondere. Forse verso i vent'anni. Certo, lo studio della filosofia, anche. Tutte queste domande sui problemi di metafisica, diciamo così, e il rendersi conto che le risposte della fede implicavano credenze difficili da accettare. La credenza nei miracoli, ad esempio, per un razionalista è la cosa più assurda. Altrettanto è il dover credere in ciò che a ogni essere di ragione appare come mito, cominciando dal peccato originale.
Sul peccato originale condivido quello che in vari articoli ha scritto un mio amico cattolico, il professor Luigi Lombardi Vallauri (che anche per questa ragione è stato cacciato dall'Università cattolica dove insegnava), che pone domande molto semplici, terra terra se vuoi, ma a cui non c'è risposta: una colpa originaria collettiva non è accettabile, la colpa è personale, non può essere trasmessa da una generazione all'altra, non c'è niente di più primitivo. La colpa collettiva è addirittura una concezione tribale. Credere all'Antico Testamento è difficile. Credere al Dio di Abramo che si rivela chiedendo un sacrificio così crudele. E qui mi fermo. Ma resta il mistero dell'universo.
Del resto, forse hanno contato di più nella mia formazione fattori più banali. Con e dopo l'adolescenza, si entra nel mondo, con tutti i desideri che assalgono un ragazzo, tanto forti da far accantonare a poco a poco le pratiche religiose. Per tanti anni sei andato a confessarti e a un certo punto non ti confessi più. Entri in conflitto con la morale del confessionale. Magari con l'idea che poi ci tornerai... Tra i problemi metafisici mi sono posto presto quello dell'immortalità dell'anima: possibile che siamo etemi? Cosa significa? La vita e la morte sono indissolubilmente connessi, la vita riceve un senso dalla morte e la morte dalla vita. La morte, se ci fosse davvero un'altra vita, non sarebbe la morte. Pensiamoci bene: perché la morte è la morte? Perché è la morte! Bisogna prendere sul serio la morte.
Ho cominciato a prendere sul serio la morte vedendo morire dei giovani amici, senza illudermi delle promesse della religione che fossero ancora vivi. Qualche volta, pensando alla morte di una persona particolarmente cara - mio padre, ad esempio - so che quella persona che ho amato ora non c'è più. E che ci sia qualche cosa di lui in un altro luogo — che non so dove sia — a me non importa assolutamente nulla. La persona che ho amato era quel particolare modo di sorridere, di farci giocare, di raggiungerci in campagna alla fine della settimana quando eravamo in vacanza, la nostra attesa sul cancello della casa per aspettarlo e poi salutarlo festosamente: questo so per certo che non c'è più.
Ho continuato a riflettere sui grandi temi dell'esistenza e nessuna delle risposte della religione mi ha mai convinto. Però, nello stesso tempo, neppure io sono riuscito a dare delle risposte. E dunque, di nuovo, dico che ho un senso religioso della vita proprio per questa consapevolezza di un mistero che è impenetrabile. Impenetrabile!
Io credo molto più nella ragione scientifica che nella ragione filosofica. All'enciclica Fides et ratto rimprovero proprio questo, di fare una polemica nei confronti delle filosofie d'oggi per poter tornare alla filosofia di san Tommaso, ma quello che sconvolge il mondo, e di cui il papa dovrebbe rendersi conto, quello che cambia il mondo, è proprio il progresso scientifico. In questo sono d'accordo con Umberto Galimberti. E il progresso tecnico-scientifico che ha travolto e travolge le credenze tradizionali. Si è cominciato col numero degli anni dell'età del cosmo... E poi quello che ci dicono ormai cosmologia e biologia, centinaia e centinaia di milioni di anni dell'universo, e poi la vita e milioni di anni di evoluzione, e l'era dei dinosauri, infinitamente lunga, e la loro estinzione e centinaia di migliala di anni per l'evoluzione dell'uomo: sono cose sconvolgenti, a cui la fede non da nessuna risposta.
Il progresso umano è certamente imprevedibile, perché sottoposto a troppe variabili. Ma è certo che le trasformazioni che avvengono nel mondo sono tali da modificare alcune credenze tradizionali. Tomo sull'immortalità dell'anima: capisco questa credenza quando morire giovani era diffusissimo, capisco una madre che vede il figlio morire a tre, quattro, vent'anni: l'immortalità dell'anima è una grande consolazione. Ma adesso, quando si vive ormai fino a ottanta, novant'anni, l'idea dell'immortalità dell'anima viene in parte distrutta. Voglio dire che probabilmente anche questa semplice trasformazione della lunghezza media della vita modifica una delle credenze tradizionali più comuni.
Oppure, prendiamo il problema della sovrappopolazione: mette terribilmente in crisi l'idea fondamentale religiosa che nella generazione - crescete e moltipllcatevi! - vede una massima per essenza buona. E dunque, guai a mettere un limite alla procreazione ! Ma in quei tempi almeno la metà dei bambini moriva appena dopo la nascita. Il fatto che oggi non muoiano quasi più ha alterato profondamente il problema del «crescete e moltipllcatevi!», perché un tempo alla limitazione delle nascite provvedeva lo stesso buon Dio con le malattie infantili e le morti per parto. Anche su questo, perciò, il progresso scientifico costringe a una trasformazione profonda di credenze e precetti fondamentali.
La scienza qualche progresso lo ha fatto. La fede non risponde alle domande, può solo evitarle. Questo è il suo vantaggio e la sua debolezza, almeno di fronte alle persone che ritengono che l'unico lume legittimo - per quanto piccolo - con cui possiamo dire sì o no, vero o falso, è la ragione. E l'esperienza. La ragione e l'esperienza sono i due lumi dell'uomo così come è. La religione è una reazione umana. Arrigo Levi mi ha mandato un suo libro in cui cerca i punti di convergenza di due fedi contrapposte, la fede religiosa e la fede laica. Certo che ci sono punti di convergenza. Ma la fede laica è in definitiva quella che ritiene che il Creatore siamo noi a crearlo, che il Creatore è una creatura dell'uomo.
Se pensiamo alla religione degli antichi, agli dei di Omero, quelli che noi abbiamo studiato di più (mi sono sempre domandato per quale ragione nelle nostre scuole gli dei di Omero si studino di più del Dio della Bibbia), credo che non ci sia nessun dubbio sul fatto che sono creature dell'uomo. Del resto, gli stessi antichi se ne rendevano perfettamente conto. Dire la stessa cosa per il cristianesimo, con la stessa facilità, è certamente più arduo. Però, cosa c'è di più antropomorfico di un Dio padre? Padre nostro che sei nei cieli... Io ho una visione antropocentrica del mondo, e non teocentrica. Dio padre, attibuirgli questo nome benefico e benevolo: non c'è nulla di più umano che dire «Padre nostro», «Padre mio». Dunque, anche la sicurezza che hanno i cristiani, che il loro Dio sia radicalmente diverso dagli altri, solleva dubbi.
Altro è accettare i precetti e la predicazione di Cristo, le beatitudini, il discorso della montagna, altro è accettarne la nascita non attraverso un normale rapporto tra uomo e donna ma per intervento dello Spirito Santo. Questo primo dubbio può mettere in dubbio tutto il resto. Quanto ai precetti morali, invece, non è detto li accetti tutti. Per esempio, quando Gesù dice "lascia che i morti seppelliscano i loro morti", non mi convince questa indifferenza, quasi "disprezzo", per una pratica che è invece così umana, pietosa. So bene che suona tutto blasfemo quello che sto dicendo. Ma non riesco a dimenticare che, accanto al Cristo del discorso della
montagna, c'è anche il Cristo Pantocrator, Trionfante.
Ma il problema più diffìcile, più ostico da superare per fede resta quello del male. Pensiamoci bene: c'è il male che possiamo considerare come dipendente dall'uomo, dalla malvagità umana, e per il quale si possono cercare tutte le spiegazioni possibili - salvo risalire al peccato originale, perché secondo me è una spiegazione che deve essere a sua volta spiegata. Ma poi c'è il male che dipende, per usare un'espressione di Ceronetti, dalla terra inospitale in cui viviamo. Alluvioni spaventose che spazzano via migliala e migliaia di persone... terremoti... Proprio per un terremoto, quello di Lisbona, è stata da Voltaire riformulata la domanda del perché del male (visto che Dio dovrebbe essere sia onnipotente che infinitamente buono: il problema della teodicea), a cui i teologi non sanno che cosa rispondere.
Io dico spesso che il papa può dire di no alla guerra - e Wojtyta lo ha fatto - ma non può dire di no al terremoto. Che senso avrebbe se il papa in un discorso dicesse: "mai più terremoti!"? Parrebbe uno stregone. Al problema della sofferenza è troppo facile rispondere che la sofferenza dipende dal peccato. No, la gran parte delle sofferenze non dipendono da noi. Il cancro, che cosa e entra con la colpa? Il religioso tende a trovare la spiegazione nella colpa. E alla fine è costretto a considerare il male una "carenza d'essere". Quando poniamo il problema del male non parliamo genericamente del male che deriva da un atto di crudeltà. Parliamo anche della sofferenza. Chi dice che anche la sofferenza è bene lo può dire solo se crede che nell'aldilà si giunga attraverso la sofferenza (ma la sua, non quella degli altri!), attraverso il modo in cui supera la prova della sofferenza, si dice sì alla sofferenza.
Forse questa mia considerazione dipende dal fatto che sono vile di fronte alla sofferenza, ma non riesco a immaginare una spiegazione finalistica della sofferenza.
Il perché finalistico non c'è. Allora tutto accade per caso? Ma non potremmo dire egualmente "per necessità"? Effettivamente abbiamo due possibili spiegazioni di qualsiasi evento, il caso e la necessità. Anche se mi accade spesso di dire che il caso prova troppo poco e la necessità prova troppo. Un amico mio carissimo attraversa la strada e viene investito e muore senza dire una parola. Puoi dare una risposta al perché di questa morte? E una risposta religiosa ti può risultare soddisfacente? No, e tu non hai altra risposta che il caso e la necessità.
Pareyson nel suo libro sulla Ontologia della libertà parla continuamente della sofferenza, ma non parla mai della sofferenza gratuita. Sembra che per lui la sofferenza sia dovuta sempre a una qualche forma di contrappasso. Ma poi deve arrivare alla soluzione stupefacente, che ti lascia senza fiato: il male c'è in Dio. Un libro che si sprofonda nell'abisso della libertà, la libertà di Dio, ma questa libertà di Dio deve anche implicare il male. D'altra parte, di Dio si è detto tutto: che è misericordioso e che è vendicativo, venerando e terribile. L'opposto. Vendicativo è proprio colui che non perdona. Una parentesi sul perdono. Il papa continua a chiedere perdono.
Ma il perdono non cancella niente. Il male che è stato compiuto rimane, indelebile. Ricordo che quando eravamo piccolini e andavamo a confessarci la spiegazione era questa: ogni peccato che commetti macchia la tua anima; se vai a confessarti, lavi queste macchie, la tua anima ritorna pulita. L'idea religiosa è che il pentimento lava. Ma c'è una differenza essenziale tra perdonare, che è un atto soggettivo, e chiedere perdono. Chiedere perdono significa chiedere che l'altro accetti la tua richiesta di perdono. E se non l'accetta? Credo che non ci sia nessun ebreo che accetti questa richiesta della Chiesa di essere perdonata per un antigiudaismo che ha creato così grandi mali. Non basta chiedere perdono per tutto quello che è stato detto contro gli ebrei per due millenni, in alto e in basso, perché l'antigiudaismo è stato un sentimento popolare diffuso. Popolarissimo. Che si fondava su questa affermazione pronunciata dalla Chiesa come indiscutibile: gli ebrei sono quelli che hanno ucciso Nostro Signore.
Non c'è risposta al problema del male e della cattiva distribuzione della giustizia. Stalin muore nel proprio letto, Pinochet morirà nel proprio letto, e Anna Frank in un campo di sterminio. I tiranni che muoiono nel loro letto, e una ragazzina innocente in un campo di concentramento: non e è nessuna giustificazione, è semplicemente terribile. E non si può rispondere dicendo che il giudizio di Dio è imperscrutabile. Non è una risposta, è un atto di fede.
Ad un mio amico ho risposto: "Mi riesce difficile capire come l'Inspiegabile possa essere un principio di spiegazione, l'Inafferrabile un punto fermo per dare la risposta, l'Inconoscibile possa essere fonte della nostra conoscenza, l'Insondabile possa essere una sonda che ci permette di arrivare al fondo delle cose". Sull'ineffabile non si può dire nulla.
Mi fermo qui. Non voglio andare oltre. Non per reticenza. Ma mi sono posto una regola a cui continuo a credere: non si deve dare scandalo.