18 novembre 2003
Obsession
di Mariemarion
Personaggi in ordine di apparizione:
C'era una volta la Vita.
Non era bella né brutta, non era felice né triste, era la Vita.
Trascorreva i suoi giorni attraversando le stagioni che s'alternavano tranquille. A primavera s'inorgogliva del tripudio delle gemme in fiore, d'inverno si rinchiudeva nella sua casetta in cima alla collina per stare un po' al di sopra delle nebbie bige.
Un giorno passò da quelle parti il Tempo e subito la Vita se ne innamorò, chissà perché, nessuno nel villaggio riuscì mai a capire perché la Vita si fosse innamorata di quel signore senza età.
Fatto sta che ebbero due figlie. Gemelle. Alla prima fu dato il nome Pazzia, alla seconda Follia.
Come tutti i gemelli le due bambine si somigliavano come gocce d'acqua, ma cogli anni ci si accorse che non erano per niente uguali.
Follia era sana, allegra, parlava con le fate e gli gnomi del bosco e d'inverno poneva briciole di pane attorno alla casa per i passeretti e gli altri animaletti infreddoliti.
Era la copia in meglio di sua madre la Vita.
Pazzia non si seppe mai a chi somigliasse. Lei si vantava di somigliare a suo padre il Tempo e di essere da questi prediletta, ma non era così. Il Tempo cercava la gioia della Follia e mai gli bastava di averla per casa. Compiaciuto, a volte perfino ciarliero, stiracchiava barba e baffi mentre la contemplava accennando un non so che di sorriso dell'anima.
Pazzia s'avvide del sorriso paterno e dentro l'anima qualcosa le si rimescolò come magma impazzito.
Era rabbia mista a delusione.
Si sforzò di copiare sua sorella, ma non ci riuscì. A lei un sorriso che non fosse sinistro non scappava mai. Non le bastavano tutti i regali del mondo per renderla felice, lei non era felice dentro.
Follia invece non si sforzava di essere né di apparire altro.
Lei era la sana Follia che andava d'accordo con tutti, anche con i temporali che brontolavano neve e grandine.
Lei era semplicemente la gioia.
Pazzia non aveva mai un motivo per essere felice, per quante parole sua madre spendesse per lei non c'era verso di convincerla che ognuno è quel che è e non può diventare altro. Ma proprio per questo, le insegnava sua madre, ognuno è necessario al mondo, purché sia se stesso e dia il meglio di quel che è.
Pazzia non ci sentiva da quell'orecchio, pian piano il magma dell'anima diventò odio verso la sorella.
Cominciò a frequentare brutti compagni, i peggiori del villaggio. Alla Taverna dei Sette Vizi passava le sue serata con Invidia e Lussuria, a notte fonda le raggiungevano Gola e Avarizia che avevano finito il giro delle case. Tutte insieme si recavano a casa di Accidia che insegnava loro la pigrizia mentale per mantenere sveglio il cervello al solo fine di promuovere il male nel mondo.
Le due sorelle diventarono grandi e gli anni passarono in fretta.
Un giorno di primavera passò di lì il BuonSenso, era un giovane senza tante pretese, forse neanche bellissimo ma certamente pieno di rispetto e di saggezza. S'innamorò di Follia che ricambiò il suo amore e si sposarono.
Partirono per la nuova casa scavata nella roccia a picco sul mare, non c'era niente dentro, solo un materasso per terra e tanti fiori colorati dappertutto.
Dalle finestre entrava l'odore e il sapore del mare, la risacca cantava una nenia tranquilla. Ogni tanto s'affacciava un raggio di sole e ristava strabiliato alla vista di quelle pareti scarne macchiate dai colori più belli che il creato avesse mai donato. I fiori si scaldavano un po' e riprendevano fiato ad ogni incontro con un nuovo raggio di sole.
Così, i cantastorie cominciarono a diffondere la leggenda secondo la quale la casa minuscola scavata nella roccia era il regno dove i fiori non morivano mai.
Pazzia venne a sapere della leggenda e subito le si contorse l'animo, Invidia le sussurrò qualcosa nell'orecchio e la ragazza disse di sì con il capo. Partì alla volta della casetta magica.
Per strada incontrò il Dolore, un principe etrusco sembrava, taciturno, a volte anche autistico e subito Pazzia se ne innamorò, o almeno così raccontò in giro, lei non aveva mai conosciuto l'amore.
Dolore accompagnò Pazzia lungo le strade e i viottoli che portavano alla roccia sul mare, finché giunsero nella casa della magia.
Follia vide la sorella e le buttò le braccia al collo, la fece entrare, abbracciò il Dolore e pensò di avere una famiglia.
Ma non fu così. Mentre Follia preparava il desco e Buon Senso l'aiutava ad apparecchiare Pazzia strappò i fiori leggendari dalle pareti e li gettò dalla finestra a picco sul mare. Dolcemente le onde arrivarono a lambire i petali multicolori e li portarono con sé verso il mare grande perché non avessero a soffrire cose peggiori.
Follia s'avvide di quel disastro e cominciò a piangere sommessamente chiedendosi il perché di quella cattiveria gratuita.
Il Dolore l'abbracciò cercando di confortarla e fu così che Pazzia li vide e capì che niente al mondo sarebbe riuscita a trasformarla nella sorella buona e sensibile.
Di nuovo sentì smuovere il magma dentro di sé e gemendo come una furia corse fuori a ricercare i suoi vecchi amici.
Per prima arrivò Competizione, la sua amica d'infanzia, che le consigliò di fingersi in lacrime come la sorella sventurata.
Pazzia rientrò in casa piangendo lacrime asciutte e subito tutti si occuparono di lei, compresa la sorella triste.
Passarono i giorni, ma il magico regno dei fiori si trasformò in un cimitero nero come il lutto.
Fuori infuriava la burrasca, il vento picchiava sui vetri così forte da infrangerli tutti. Il freddo diventò padrone delle mura, la pioggia s'adagiò lungo le pareti e sui pavimenti.
Pazzia guardava quel disastro con occhi sazi e non le importava che Buon Senso e Dolore fossero sempre vicini alla sorella per confortarla.
Non le importava più.
Aveva distrutto una leggenda, fu fiera di sé.
Ma non era felice.
Con l'arrivo della bella stagione Follia e i suoi compagni rimisero in ordine la casa e uscirono a cercare tutti i fiori che il creato mettesse a loro disposizione.
Stiracchiandosi e assonnato s'affacciò il primo raggio di sole e la casa di nuovo s'ammantò di mille colori e profumi.
Pazzia non resse a quella vista e disse al Dolore: vieni, è ora di andar via.
Ma il Dolore le rispose no, che non sarebbe andato con lei.
"Io appartengo a persone buone e sensibili, i tuoi amici sono altri, non cercami più" Così parlò il Dolore.
Trascorsero i secoli e una leggenda narra di una furia strana che spesso si impossessa delle donne alle quali non basta mai il seminare zizzania tra i fiori in germoglio.
Come un'ossessione.
Un'ossessione vera.
Così raccontano da secoli, ma forse è solo una leggenda.
Personaggi in ordine di apparizione:
- Vita (madre)
- Tempo (padre)
- Pazzia (1^ gemella)
- Follia (2^ gemella)
- Invidia (amica di Pazzia)
- Lussuria (amica di Pazzia)
- Accidia (amica comune)
- Buon Senso (sposo di Follia)
- Dolore (principe etrusco)
- Competizione (amica di Pazzia)
C'era una volta la Vita.
Non era bella né brutta, non era felice né triste, era la Vita.
Trascorreva i suoi giorni attraversando le stagioni che s'alternavano tranquille. A primavera s'inorgogliva del tripudio delle gemme in fiore, d'inverno si rinchiudeva nella sua casetta in cima alla collina per stare un po' al di sopra delle nebbie bige.
Un giorno passò da quelle parti il Tempo e subito la Vita se ne innamorò, chissà perché, nessuno nel villaggio riuscì mai a capire perché la Vita si fosse innamorata di quel signore senza età.
Fatto sta che ebbero due figlie. Gemelle. Alla prima fu dato il nome Pazzia, alla seconda Follia.
Come tutti i gemelli le due bambine si somigliavano come gocce d'acqua, ma cogli anni ci si accorse che non erano per niente uguali.
Follia era sana, allegra, parlava con le fate e gli gnomi del bosco e d'inverno poneva briciole di pane attorno alla casa per i passeretti e gli altri animaletti infreddoliti.
Era la copia in meglio di sua madre la Vita.
Pazzia non si seppe mai a chi somigliasse. Lei si vantava di somigliare a suo padre il Tempo e di essere da questi prediletta, ma non era così. Il Tempo cercava la gioia della Follia e mai gli bastava di averla per casa. Compiaciuto, a volte perfino ciarliero, stiracchiava barba e baffi mentre la contemplava accennando un non so che di sorriso dell'anima.
Pazzia s'avvide del sorriso paterno e dentro l'anima qualcosa le si rimescolò come magma impazzito.
Era rabbia mista a delusione.
Si sforzò di copiare sua sorella, ma non ci riuscì. A lei un sorriso che non fosse sinistro non scappava mai. Non le bastavano tutti i regali del mondo per renderla felice, lei non era felice dentro.
Follia invece non si sforzava di essere né di apparire altro.
Lei era la sana Follia che andava d'accordo con tutti, anche con i temporali che brontolavano neve e grandine.
Lei era semplicemente la gioia.
Pazzia non aveva mai un motivo per essere felice, per quante parole sua madre spendesse per lei non c'era verso di convincerla che ognuno è quel che è e non può diventare altro. Ma proprio per questo, le insegnava sua madre, ognuno è necessario al mondo, purché sia se stesso e dia il meglio di quel che è.
Pazzia non ci sentiva da quell'orecchio, pian piano il magma dell'anima diventò odio verso la sorella.
Cominciò a frequentare brutti compagni, i peggiori del villaggio. Alla Taverna dei Sette Vizi passava le sue serata con Invidia e Lussuria, a notte fonda le raggiungevano Gola e Avarizia che avevano finito il giro delle case. Tutte insieme si recavano a casa di Accidia che insegnava loro la pigrizia mentale per mantenere sveglio il cervello al solo fine di promuovere il male nel mondo.
Le due sorelle diventarono grandi e gli anni passarono in fretta.
Un giorno di primavera passò di lì il BuonSenso, era un giovane senza tante pretese, forse neanche bellissimo ma certamente pieno di rispetto e di saggezza. S'innamorò di Follia che ricambiò il suo amore e si sposarono.
Partirono per la nuova casa scavata nella roccia a picco sul mare, non c'era niente dentro, solo un materasso per terra e tanti fiori colorati dappertutto.
Dalle finestre entrava l'odore e il sapore del mare, la risacca cantava una nenia tranquilla. Ogni tanto s'affacciava un raggio di sole e ristava strabiliato alla vista di quelle pareti scarne macchiate dai colori più belli che il creato avesse mai donato. I fiori si scaldavano un po' e riprendevano fiato ad ogni incontro con un nuovo raggio di sole.
Così, i cantastorie cominciarono a diffondere la leggenda secondo la quale la casa minuscola scavata nella roccia era il regno dove i fiori non morivano mai.
Pazzia venne a sapere della leggenda e subito le si contorse l'animo, Invidia le sussurrò qualcosa nell'orecchio e la ragazza disse di sì con il capo. Partì alla volta della casetta magica.
Per strada incontrò il Dolore, un principe etrusco sembrava, taciturno, a volte anche autistico e subito Pazzia se ne innamorò, o almeno così raccontò in giro, lei non aveva mai conosciuto l'amore.
Dolore accompagnò Pazzia lungo le strade e i viottoli che portavano alla roccia sul mare, finché giunsero nella casa della magia.
Follia vide la sorella e le buttò le braccia al collo, la fece entrare, abbracciò il Dolore e pensò di avere una famiglia.
Ma non fu così. Mentre Follia preparava il desco e Buon Senso l'aiutava ad apparecchiare Pazzia strappò i fiori leggendari dalle pareti e li gettò dalla finestra a picco sul mare. Dolcemente le onde arrivarono a lambire i petali multicolori e li portarono con sé verso il mare grande perché non avessero a soffrire cose peggiori.
Follia s'avvide di quel disastro e cominciò a piangere sommessamente chiedendosi il perché di quella cattiveria gratuita.
Il Dolore l'abbracciò cercando di confortarla e fu così che Pazzia li vide e capì che niente al mondo sarebbe riuscita a trasformarla nella sorella buona e sensibile.
Di nuovo sentì smuovere il magma dentro di sé e gemendo come una furia corse fuori a ricercare i suoi vecchi amici.
Per prima arrivò Competizione, la sua amica d'infanzia, che le consigliò di fingersi in lacrime come la sorella sventurata.
Pazzia rientrò in casa piangendo lacrime asciutte e subito tutti si occuparono di lei, compresa la sorella triste.
Passarono i giorni, ma il magico regno dei fiori si trasformò in un cimitero nero come il lutto.
Fuori infuriava la burrasca, il vento picchiava sui vetri così forte da infrangerli tutti. Il freddo diventò padrone delle mura, la pioggia s'adagiò lungo le pareti e sui pavimenti.
Pazzia guardava quel disastro con occhi sazi e non le importava che Buon Senso e Dolore fossero sempre vicini alla sorella per confortarla.
Non le importava più.
Aveva distrutto una leggenda, fu fiera di sé.
Ma non era felice.
Con l'arrivo della bella stagione Follia e i suoi compagni rimisero in ordine la casa e uscirono a cercare tutti i fiori che il creato mettesse a loro disposizione.
Stiracchiandosi e assonnato s'affacciò il primo raggio di sole e la casa di nuovo s'ammantò di mille colori e profumi.
Pazzia non resse a quella vista e disse al Dolore: vieni, è ora di andar via.
Ma il Dolore le rispose no, che non sarebbe andato con lei.
"Io appartengo a persone buone e sensibili, i tuoi amici sono altri, non cercami più" Così parlò il Dolore.
Trascorsero i secoli e una leggenda narra di una furia strana che spesso si impossessa delle donne alle quali non basta mai il seminare zizzania tra i fiori in germoglio.
Come un'ossessione.
Un'ossessione vera.
Così raccontano da secoli, ma forse è solo una leggenda.
mariemarion